Bellocchio: «Racconto il Duce perché in Italia attira ancora»

A Locarno, dove presentò «I pugni in tasca», il regista parla di «Vincere!» sul figlio segreto di Mussolini

da Locarno

I pugni in tasca? Marco Bellocchio, a proposito di venerati maestri di cui si parla e sparla, da quando Bergman e Antonioni sono defunti lasciando, a noi vivi, l'onere della disputa, li tiene sempre lì. Insieme ai soldi, però, né tanti, né pochi, ricavati dai diritti del film, «l'unico, vero affare della mia vita», commenta sornione l'autore, che nel 1965 turbò pubblico e critica, presentando a Locarno il suo notevole film d'esordio, un misto di furore e odio antiborghese (con la scomparsa della classe media, resta il sapore vintage della citazione). A distanza di oltre quarant'anni da quel battesimo del fuoco in Piazza Grande, l'artista parmense ne ha, di ricordi, parzialmente evocati, ieri mattina, in un dibattito col pubblico, tra i quali ragazzi, neanche nati ai tempi in cui Bellocchio s'affacciava al cinema. «Cosa scrissero i critici? Giovanni Grazzini parlò di “zanne di barbara forza”, Gianluigi Rondi, invece, attaccò duramente il mio lavoro. E pensare che alla Cinémathèque Française, o in certi dibattiti con gli studenti Usa, il tema da me affrontato desta ancora interesse», dice questo regista mai banale, che ha in comune con Fausto Bertinotti lo psicanalista Massimo Fagioli.
«Certo, sarei un pazzo se girassi ora I pugni in tasca: adesso posso fare solo L'ora di religione. Anche se, di recente, in un incontro col pubblico, cui partecipavo insieme a Monicelli, un giovane cineasta chiese: “Ma quando riusciremo a girare, noi, se non vi togliete di mezzo?”». Altro che togliersi di mezzo: dopo Ferragosto, Bellocchio inizierà le riprese di Vincere!, dramma a sfondo storico-politico, con al centro l'inquietante vicenda di Ida Dalser, la donna trentina che rese Mussolini (già sposato) padre di Benito Albino, figlio spurio della coppia, poi rinchiuso in manicomio. «Il film costerà molto più del Regista di matrimoni, ma il problema riguarda RaiCinema. Mi dissero di no, quando volevo girare Lo smemorato di Collegno e ho scelto apposta un personaggio, quello del Duce, che in Italia “tira”, insieme a Berlusconi e a Garibaldi. Restano altre difficoltà, per questo film fortemente visivo, dove la parola scritta con grande evidenza, sul marmo o sui quaderni, come usava durante il fascismo, avrà forte impatto. Non esistono più, da noi, i luoghi degli anni Venti e Trenta: abbattuto il manicomio di Pergine e quello di San Clemente, finirò col girare a Torino, a Trento. Per il Mussolini giovane, che impersonerà anche il figlio avuto da Ida, penso a un attore somigliante al dittatore. Per la Dalser, avrei bisogno d'una Magnani, d'una Irene Papas, forti e sensuali», ragiona il cineasta, ospite della retrospettiva «Ritorno a Locarno», dedicata a quanti furono lanciati dal Pardo d'oro. E pensare che I pugni in tasca venne rifiutato da Venezia.
«Oggi esistono tanti giovani registi che aspirano ai festival, dopo aver girato film fatti in casa, con pochi mezzi. La tecnologia, attualmente, consente di fare cinema senza l'apparato di cui noi avevamo bisogno: il tecnico delle luci, il fonico, un ambaradan di persone». Allora mancano le idee, più che i danari? «Non si può più dire: vorrei fare un film, ma non ho i soldi. E questi, poi, rimangono sempre a Roma, come dice la mia amica regista Marina Spada, autrice d'un film bello, costato trentamila euro appena. Anche L'aria salata era bello, non sovvenzionato e costava poco. Esiste una sperequazione: il cinema si fa a Roma e lo Stato elargisce i sussidi da Roma. E poi, anche il movimento dei Centoautori è romano... Magari gli italiani non sanno amministrare le risorse della mente». Fa la parte del saggio, Bellocchio. O della pantera grigia che si concede, perché una zampata d'autore, prima o poi, la dà.