Bellucci: "Le donne sono forti ma piangono. Anche quelle belle"

L’attrice al festival di Roma: &quot;In <em>L’uomo che ama</em> interpreto una persona normale. Non è vero che gli uomini non soffrono per amore&quot;

Roma - Sentiva di avere un bambino dentro, con l’isterica sicurezza delle madri a ogni costo. E, invece, «era solo questo cazzo di ritardo!». Per cui piange, avvolta da lenzuola color fango, la chioma nero glaciale sparsa sul cuscino, mentre il suo compagno, padre mancato, la serra a sé, la consola. È Monica Bellucci, che nella commedia sentimentale di Maria Sole Tognazzi, L’uomo che ama, ieri al Festival di Roma, incarna Alba, gallerista concettuale molto presa dal suo Roberto (Pierfrancesco Favino) e dal proprio desiderio di maternità. «È colpa mia, se non sono riuscita a darti un figlio!», fa lei, che avverte sì un tipico senso di colpa femminile se la culla è vuota ma non esita a mollare un manrovescio di tutto rispetto al povero partner, reo solamente di non preoccuparsi troppo di quella procreazione inesistente. Ma, soprattutto, di non amarla più, lei, la splendida donna emancipata, che in galleria, a Torino, tra opere fatte di stracci colorati, si aggira felina in pantaloni e pulloverino, chinandosi a osservare meglio certe installazioni alla moda.

Se nel precedente film di Paolo Virzì, N, presentato alla kermesse romana due anni fa, Monica dava pieno corpo a una dama settecentesca di facili costumi, riscuotendo successo anche per via del sontuoso davanzale, affacciato da crinoline d’epoca, qui la signora Cassel appare quasi dimessa. Rimpannucciata nel pratico look della lavoratrice moderna, dunque efficiente, con le scarpe basse, nel film della Tognazzi la diva umbra sembra indipendente. In realtà, pende dalle labbra del suo uomo, che, incredibile a dirsi, non la vuole. L’uomo che ama, insomma, non ama lei. Eppure ieri Monica Bellucci, regale come una tigre stanca, era l’incarnazione del Bello: tailleur-pantalone di velluto, nero come la camicia in traforo di pizzo; un sole di diamanti al collo, la frangia liscia alla parigina, l’attrice, parlando con la calma oleosa dei mari tropicali, ha lasciato intendere d’essere una di noi.

Cara Monica Bellucci, che cosa l’ha spinta a interpretare il ruolo d’una donna ferita nell'amor proprio?
«La mia amicizia con Maria Sole Tognazzi, innanzitutto. La stimo e il cast mi è sembrato subito convincente. Mi attraeva l’idea d’essere una donna ordinaria. Che viaggia, organizza mostre e vuole avere un figlio, una famiglia. Una donna che, apparentemente, ha tutto. Ma non l'uomo che lei ama».

Eppure, normalmente si stenta a credere che una donna bella possa essere lasciata...
«Ma è quanto capita nella vita di tutti i giorni! Del resto, ho apprezzato il fatto che Maria Sole buttasse giù tutti questi muri-luoghi comuni. Una donna bella può essere lasciata? La risposta è: sì. Un uomo può soffrire, per amore? Ancora: sì».

Magari, qui interpreta soltanto una tipica donna d'oggi?
«Oggi le donne, economicamente indipendenti, non vogliono più soltanto sposarsi e fare figli. Si sentono forti. Ma ciò non significa che non abbiano bisogno dell’“altra metà del cielo”, come chiamo l’universo maschile. Non si sta più con un uomo in vista del supporto economico. Ma per un rapporto di parità».

Sempre bella, in vista, curatissima: le pesa, a volte, dover essere all’altezza della sua immagine pubblica?
«Dio mio, noooo. Sono una donna che lavora, che ha una famiglia, una figlia. È lo sguardo degli altri a vedermi diversa: io ho problemi, come tutti. Per questo ho accettato il ruolo di Alba. Maria Sole, infatti, conosce la mia fragilità interiore. Poi, non è vero che se una donna è carina tutte le porte sono aperte. Sono una donna normale».

In che cosa consiste, per lei, il mestiere dell’attore?
«Fare gli attori è come andare a cavallo: devi sempre migliorare, salire sulla bestia, riprovarci... Personalmente, la mia attività continua mi fa sentire catapultata in avanti. Ma la mia Alba, ormai, rimarrà dentro di me e mi sembrerà d’essere migliore».

Ormai, s’è costruita una carriera internazionale: con quali criteri sceglie i copioni, o i registi con cui lavorare?
«Innanzitutto mi deve piacere la storia. Lavorando in Francia, in Italia, in America, non è possibile prevedere tutto... Magari torno a girare con Muccino, o mi convoca Spike Lee. Certo, la mia vita è in Europa. Spero soltanto che prosegua così com’è oggi».