La Bellucci e Auteuil delinquenti d’onore

Sugli schermi francesi il remake de «Le deuxième souffle» che racconta l’ambiente malavitoso francese ripreso dai romanzi di José Giovanni

nostro inviato a Parigi

La versione italiana di Le deuxième souffle, che in francese sta a significare un ripartire dopo che qualcosa è andato male, si chiamava Tutte le ore feriscono, l’ultima uccide, titolo immaginifico e un po’ truce, di certo traditore. Basato su un romanzo di José Giovanni, che ne sarebbe poi stato anche lo sceneggiatore, diretto da Jean-Pierre Melville, il film raccontava la storia di Gu Minda, un rapinatore evaso di galera, al quale la polizia, dopo il colpo che per lui dovrebbe segnare l’addio all’antico mestiere, toglie, attraverso una trappola, l’unica cosa a cui tiene più della vita: il proprio onore e quindi il rispetto degli altri del Milieu, l’ambiente malavitoso che fino ad allora è stato il suo. Sospettato di aver tradito, piuttosto che involarsi con il malloppo e con la sua Manouche, e cercare di avere comunque la sua seconda possibilità (le souffle, il respiro, del titolo), Gu sceglie di restare, affrontare i compagni, non giustificarsi, raccontare la sua verità.
Le ragioni che quarant’anni fa fecero di Le deuxième souffle un classico sono molteplici. Un cast d’eccezione, Lino Ventura nella parte del protagonista, Christine Fabréga in quella di Manouche, la sua donna, Paul Meurisse in quella del commissario Blot, Michel Constantin, Marcel Bozuffi, Pierre Zimmer, Raymond Pellegrin, un regista maestro del genere, per un genere che fra letteratura e cinema viveva allora il suo momento d’oro, uno sceneggiatore che conosceva perfettamente il significato di quell’espressione da cui nasceva il titolo, avendola sperimentata sulla propria pelle. Condannato a morte per omicidio nel 1945, pena poi commutata in ergastolo, graziato e infine riabilitato nel 1956 grazie all’accanimento del padre, José Giovanni era infatti entrato in galera a ventidue anni per uscirne a trentatré. In quegli undici anni passati fra le sbarre, aveva corso il rischio di tramutarsi in una specie di animale sanguinario, sempre pronto a battersi nel cortile della prigione, nelle docce, in mensa e in cella, perché tanto non aveva più nulla da perdere... Poi, un giorno, c’era stata come un’illuminazione, il rendersi per la prima volta conto che, forse, c’era la possibilità di un’altra vita, una sorta di redenzione non religiosa, ma civile, etica. Scarcerato, in tre anni Giovanni aveva scritto cinque romanzi, fra i quali, appunto, Le deuxième souffle, che davano conto di un’esistenza intensa quanto bruciata dove un certo ideale da un lato, configurato nel tener fede alla parola data, l’ossessione del tradimento dall’altro, disegnavano i contorni tragici di destini comunque segnati.
Quarant’anni dopo, quella storia ritorna sugli schermi in un nuovo adattamento, e anche qui fra regia e cast, c’è l’imbarazzo della scelta. Il rifacimento è infatti diretto da Alain Corneau (Police Pyton 357, Notturno indiano, Tutte le mattine del mondo) che di José Giovanni è stato a più riprese aiuto-regista. Al posto di Lino Ventura c’è Daniel Auteuil, al posto di Paul Meurisse Michele Blanc, e poi ancora Jacques Dutronc, Daniel Duval, Eric Cantona, Gilbert Melki. Quanto a Manouche è Monica Bellucci, biondissima per l’occasione e con un’acconciatura che ricorda quella della Brigitte Bardot anni Sessanta, epoca a cui di diritto appartiene la prima versione.
Quello della temporalità, infatti, è lo scoglio più grosso che Corneau, come ha confidato in un’intervista al mensile Première, si è trovato ad affrontare. «In un primo tempo ho cercato di attualizzare il tutto, di adattarlo ai nostri giorni, ma ne sono uscito scornato. Le ragioni sono molteplici. Le gang nel senso tradizionale del termine non esistono più, il traffico di droga è divenuta l’occupazione principale della malavita, c’è una società completamente diversa e quel tipo di storia e di personaggi raccontati da Giovanni e Melville sarebbero apparsi anacronistici. Oggi si è molto più corrotti di allora».
Per capire la giustezza dell’osservazione di Corneau, basta andare a vedere Truands, Malavitosi, il film di Frédéric Schoendoerffer in questi giorni nelle sale parigine, ovvero assassini psicopatici e sadici, fatti di cocaina e di whisky, nei quali la crudeltà marcia di pari passo con la passione per i soldi, senza più codici interni, gerarchie, ruoli. In pratica, le Milieu, l’ambiente, non abita più qui. E non è un caso che la mostra fotografica Gangsters de Paris. Une histoire du Milieu, alla Bibliothèque de la littérature policière, abbracci mezzo secolo, dal 1920 al 1970, e lì si fermi: dopo, quel mondo divenuto un altro mondo...
Resta naturalmente da chiedersi quanto quella visione al fondo romantica di una onorata delinquenza debba alla letteratura e al cinema e quanto alla vita reale. Quanto cioè gli Auguste Le Breton, gli Albert Simonin, i Leo Malét, gli stessi Giovanni e Melville, con i loro caïd, i loro grisbi, i loro rififi, abbiano contribuito a creare la mitologia di un ambiente che del resto deve il suo stesso nome di milieu a un romanzo degli anni Venti di Francis Carco, Mon homme. Certo, molti nomi di gangster reali a volte sembrano usciti dalla penna di un fantasista: Alphonse Lecroq, detto Miroir, specchio, Charlot Paltò di cuoio, Eugène Chartrier detto Gégene, René Male, ovvero Riri l’Américain, Jean-Baptiste Chave, Naso di brace... E ancora, Charlot piedi grandi, Armand Cherisson Il pazzo, Abel Danos Il Mammouth...
Girato quasi sempre in notturna, scenograficamente debitore, per stessa ammissione del regista, delle realizzazioni di cineasti asiatici come Jonny To, Im Sangsoo e Wong Kar-Wai, la nuova versione del classico di Melville in fondo mette in scena l’eterno tema dell’essere e dell’apparire, la volontà di mostrarsi all’altezza del modello che ci siamo dati, la difficoltà a mantenerlo, il prezzo che si paga quando l’unica ricchezza che possiedi è la tua povera dignità di uomo solo.