Belve di Gorgo, i giudici: "No aggravante crudeltà, ergastolo esagerato"

Tre anni fa due albanesi e un romeno ammazzarono una coppia di coniugi in casa dopo averli selvaggiamente torturati. Ma la Cassazione cancella l'aggravante della crudeltà e ritiene "esagerato" l'ergastolo

«Ne ho viste tante durante la mia vita da magistrato, ma stavolta...». Queste le parole pronunciate dal procuratore Antonio Fojadelli dopo aver assistito all'autopsia dei coniugi Pellicciardi, torturati e quindi uccisi il 21 agosto del 2007 in una vila di Gorgo al Monticano, nella marca trevigiana. E ancora: «Non posso paragonare gli assassini di Gorgo alle bestie perché ho troppo rispetto per gli animali».

Bisogna partire da quelle dichiarazioni per comprendere lo sgomento provocato dalla decisione della Corte di cassazione di revocare l'ergastolo all'albanese Naim Stafa e i vent'anni di reclusione comminati al «palo», il romeno Alin Bogdaneanu, ritenti colpevoli del duplice omicidio (alla mattanza parteciparono altre due canaglie: di una non si è mai conosciuta l'identità, l'altra, l'albanese Artur Lieshi, s’è suicidato in carcere). Bisogna partire da quelle dichiarazioni perché se mai ci fu un delitto efferato, bestiale, se mai ci fu violenza sadica e selvaggia, fu quella cui furono vittime Guido e Lucia Pellicciardi. Potete leggere qui a fianco di cosa si resero capaci le «belve di Goro» e non sarà un bel leggere. Ebbene, per la Corte di cassazione la somma di quelle sevizie e di quelle ferine crudeltà non costituisce quell'aggravante senza la quale cade la pena del carcere a vita. In quanto ai vent'anni inflitti a Bogdaneanu, per la Corte di cassazione rappresentano una pena «sproporzionata al reato effettivamente commesso». Ciò stabilito, i due saranno rinviati in appello perché il Tribunale proceda ad attenuare le condanne.
La legge è la legge ed è dovere del magistrato applicarla. Nessuno discute questo principio, ma qui ci troviamo di fronte a un giudizio personale che ovviamente non ha codifiche: valutare se l'uso della vanga nell'infierire sul corpo di Lucia Pellicciardi possa o non possa ritenersi una aggravante. Cioè un elemento che rende più grave il reato. E così per i vent'anni inflitti a Bogdaneanu: è la canaglia che fornì agli albanesi le informazioni sulla villa e sulle vittime, che disse loro dell'esistenza di una cassaforte, che fornì il così detto «supporto logistico» restando poi di vedetta mentre i complici portavano a termine, come sappiamo, l'impresa. Senza Bogdaneanu non ci sarebbero state torture e omicidio. Senza l'intervento di Bogdaneanu, Guido e Lucia Pellicciardi sarebbero vivi. Affermare dunque che vent'anni sono una condanna sproporzionata al reato commesso dal romeno - quando il semplice «non poteva non sapere» è stata la chiave di volta e di galera del più altisonante procedimento giudiziario degli ultimi tempi, Mani pulite - lascia il cittadino a bocca aperta. Perché il giudizio è inevitabilmente discrezionale e perché lo sminuire le colpe del romeno significa deprezzare il valore della vita dei coniugi Pellicciardi. Che deve contare ben poco se colui che li ha massacrati e l'altro, che del massacro è stato il regista, non si meritano l'ergastolo e i vent'anni di galera ai quali in nome del popolo italiano li aveva condannati un Tribunale.
Nessuno, specie nel nord est teatro delle gesta delle «belve di Goro», s'illude su come andrà a finire. Rifatto il processo e ridotte le pene ai due detenuti, grazie agli scivoli della legge Gozzini - permessi premio, semilibertà, libertà provvisoria eccetera - ce li ritroveremo fra di noi, liberi, in men che non si dica. Liberi e assistiti, aiutati, beneficiati da una dozzina di Ong con vocazione all'«impegno nel sociale» e la predisposizione a privilegiare i Caini sugli Abeli.