«Ben Gurion, Begin e Rabin: abbiamo perso tre grandi, andremo avanti senza Arik»

Luciano Gulli

nostro inviato a Gerusalemme

«Non è solo una tragedia umana e nazionale. La perdita di Sharon è qualcosa di più. È come se stessimo assistendo impotenti e rassegnati alla perdita di nostro padre», dice il ragazzo, ma senza enfasi. Non capivo il suo cognome - Kassirer - ma quando gli ho chiesto se me lo scriveva lui, sul quadernetto, mi ha guardato come se venissi da un atollo del Pacifico. «È sabato, signore - mi ha rimproverato sorridendo con degnazione - e come saprà, di sabato noi non scriviamo».
Isaac, si chiama. Isaac Kassirer. Ha 23 anni, è vestito completamente di nero, come tutti gli altri uomini che incrociano nella hall dell'albergo, e ha il capo coperto da uno splendido Borsalino nero a tesa larga. Americano di Brooklyn. È venuto a Gerusalemme un anno fa per studiare il Talmud, come molti suoi coetanei. Fra un anno tornerà a casa, come Myer Bargulies, 24 anni, catafratto nella sua vestaglia hassidica di raso nero, la bekitshe. Fortificati nella fede, pronti a dare una mano ai genitori nel business di famiglia.
E i grandi, e gli anziani che vanno e vengono dagli ascensori? (Oggi gli ascensori sono programmati. Filano dritti fino al ventiduesimo e scendono fermandosi automaticamente ad ogni piano, perché schiacciare i bottoni è vietato). I grandi sono i loro genitori, i loro nonni. Si salutano incrociandosi. Neri i vestiti, neri i cappelli, lunghe alla caviglia le gonne delle donne. Hanno approfittato delle vacanze di Natale per attraversare l'Atlantico e il Mediterraneo e venire a far visita ai loro ragazzi che studiano la Torah.
Ebrei ortodossi. Fra mezz'ora attraverseranno tutti la King George, la strada che separa lo Sheraton Plaza dalla grande sinagoga (molti uomini con il talit sulle spalle, il grande mantello bianco a righe nere) e reciteranno insieme la misheberah, una preghiera perché Dio ridia la salute ad Arik Sharon. Poi andranno tutti in processione al Muro del Pianto. Oggi non ci saranno differenze, la politica resterà fuori dalla sinagoga, e tutti seguiranno compunti la preghiera guidata dal kantor Natanael Herstick, che è venuto da Miami. Oggi ci sarà posto solo per la tristezza e il rimpianto per l'uomo che calcava la scena come un cinghiale infuriato e ora è ridotto a un inutile corpaccione tenuto in vita da tubi, macchine, farmaci. Nessuno rivangherà il suo controverso passato, le accuse di corruzione, le avventure militari come quella del Libano 1982. Trionfa un solo sentimento, che si allarga a tutto il Paese: la desolazione del sentirsi orfani. Perché era dai tempi di David Ben Gurion che Israele non conosceva un leader così forte e deciso.
«Israele vive un altro dei suoi momenti traumatici - dice il direttore d'orchestra Eli Yafeh, in partenza per Città del Messico dove dirigerà la locale Filarmonica -. A chi volgersi, in un momento come questo? Amir Peretz, il nuovo leader laburista? Brava persona, capace, ma senza carattere. Benjamin Netanyahu? Arrogante e imprevedibile. Arik aveva le doti migliori dell'uno e dell'altro».
Naftali Herstick, 58 anni, padre di Natanael e lui stesso kantor («mio figlio è la quindicesima generazione degli Herstick cantori») era poco più di un ragazzo quando Ben Gurion si dimise. «Ricordo che tutti si graffiavano il volto dicendo: e ora, come faremo, che sarà di noi? La stessa cosa accadde quando Begin lasciò il potere. Sembrava la fine del mondo». All'epoca, Naftali Herstick aveva una bella voce da «tenore spinto». Tito Schipa, Beniamino Gigli erano stati i suoi miti. È stato molte volte Rodolfo nella «Bohème» e Alfredo nella «Traviata». Le origini della sua famiglia sono italiane. Ebrei di Livorno.
«Le stavo raccontando di Begin - riprende Naftali -. Ma che dire del giorno in cui uccisero Rabin, nel novembre del 1995? Sembrava che non ci si potesse più riprendere da quello shock. Eppure il Paese è andato avanti. E noi siamo qui, saldi, al nostro posto. Solo nei regimi totalitari si dipende da una sola persona. Ma questa è una democrazia consolidata. Ce la faremo anche stavolta. Quanto a Sharon, che cosa vuole? Un uomo come lui, così vitale, così combattivo, è meglio che muoia, piuttosto che restare menomato. Se lo vede, lei, uno Sharon in carrozzella, con uno sguardo da demente?». Le stesse cose dice il professor Menahem Steiner, docente di matematica al Jerusalem College of Technology. «Ciò che mi irrita di più è immaginare il vecchio soldato che non aveva paura di niente, il generale che combatteva in prima linea ridotto a un vecchio privo di energia e di volontà. Sì, anch'io ho pregato per lui. So che la sua carriera politica è finita. Ma mi piacerebbe vederlo sorridere di nuovo».
Sulla piazzetta antistante la sinagoga incontro Ezra, che con Sharon ha condiviso più di una campagna militare. «Quel che è certo - mormora il veterano - è che piangeremo tutti al suo funerale, e che molti arabi stapperanno bottiglie di champagne. Ma in un futuro non molto lontano, quando ci sarà bisogno di un leader che abbia l'autorità di smantellare altre colonie e arrivare a un compromesso sulla questione di Gerusalemme, allora vedrà che anche gli arabi lo rimpiangeranno».
Non si stampano giornali, il sabato, in Israele. E bisogna aspettare il tramonto perché le radio e la televisione ricomincino a dare notizie sulle condizioni del grande malato. Anche nella laica e cosmopolita Tel Aviv, lontana mille miglia dalla santa e politicizzata Gerusalemme, la gente torna a riunirsi, al tramonto, davanti alle radio e alle tv per sentire le ultime novità. Fra i giovani che seguono il notiziario in un bar della via marina c'è un ragazzo di una trentina d'anni, si chiama Benjamin. Ha sempre votato per i laburisti, dice. Ma stavolta era pronto a dare il suo voto a Sharon. «Lo ammetto con franchezza. E del resto, questo è un Paese così bislacco, così pazzo, che negli ultimi mesi la sinistra ha dovuto difendere Sharon dagli attacchi che gli venivano da destra».
Ci si avvia verso quest'altro distacco con la morte nel cuore e i sentimenti confusi. Disorientati, gonfi di malinconia. Ne sa qualcosa Tzila Newman, direttrice di Eran, uno dei principali centri d'aiuto psicologico di Israele. Racconta Tzila che negli ultimi due giorni il numero delle chiamate al centralino di Eran è cresciuto del 20 per cento. «Sono persone sopraffatte dalla tristezza, dallo stress, dall'ansia per la perdità di quella autorità paterna che Sharon incarnava. Non hanno bisogno di molto. Vogliono solo che qualcuno stia ad ascoltarli, vogliono sentire una voce amica».