Ben Harper: "Il mio blues? Un pugno e una carezza"

Il chitarrista presenta il nuovo cd "Lifeline" tra ballate lente e tanto ritmo. A novembre tour in Italia

Milano - T-shirt colorata, jeans sdruciti, cappelluccio sformato in testa, seduto in un angolo di un angusto ufficio della Emi milanese mangia un sandwich bevendo Coca Cola. Ben Harper è l’antidivo che fa tendenza, quello che parte dalle impervie strade del blues acustico «tagliandolo» con le palpitanti pulsioni del rock e del soul. Oggi è in Italia per presentare con largo anticipo il suo album Lifeline, seguito dello strepitoso doppio Both Sides of a Gun che volò in un attimo in cima alle hit parade di tutto il mondo Italia compresa. Harper è ormai un fenomeno in tutto il mondo; riempie gli stadi con un suono per nulla commerciale, vince Grammy a mani basse, è stato invitato a suonare l’inno nazionale in un evento topico per gli Usa come la finale di basket Nba. «Sono un grande fan dei Los Angeles Lakers - racconta -; mi hanno chiamato pregandomi di non suonarlo come Jimi Hendrix, ma io ho fatto una cosa tradizionale. Trovarmi in mezzo ai miei idoli è stato un grande onore». Alla faccia della rockstar... «Non posso dire che la gente non mi chieda gli autografi, ma non mi sento una star. Quando ho vinto il Grammy, l’ho vinto insieme al Blind Boys of Alabama per un disco di gospel, che riportava alle radici della nostra musica. Non mi piace mettermi in mostra, per me parlano le canzoni».

Già, le undici tracce di Lifeline, un lavoro meno arrabbiato del precedente. I testi sono più morbidi, con un pizzico di slancio evangelico (la cadenzata Having Wings) e una spruzzata di romanticismo (come Needed You Tonight). «Se fai troppa politica la gente non ti segue più; ogni tanto bisogna allentare la tensione, questo non vuol dire scrivere cose poco intelligenti». Però nel frattempo ha cantato Beautiful Boy di John Lennon nell’album-tributo all’ex Beatle Instant Karma, accanto ad artisti come U2 e Rem. «Un cd benefico per il Darfur. Ho fatto la mia parte perché ritengo che Lennon e Marley siano il punto più alto di impegno sociale nella musica».

Tornando al nuovo cd, insieme ai fedeli Little Criminals rinnova la sua infallibile ricetta: grande virtuosismo chitarristico come lo strumentale Paris Sunrise n.7, un pizzico di sensualità, fiere radici «nere» (Fight Outta You), qualche maestosa ballata lenta per spezzare la tensione come le accattivanti Younger Than Today e Fool For a Lonesome Train e un’aspersione di dinamici lampo gospel (Put It On con un frenetico assolo di chitarra). «Ancora una volta ho unito in un solo cocktail tutte le differenti reazioni che provoca in me la musica: a volte i brani sono come una carezza, altre come un pugno nello stomaco». Per registrare Lifeline Harper ha tradito l’America ed è entrato in studio a Parigi. «Una città che mi affascina perché si respira quella cultura europea così diversa dalla mia. Si sente anche il profumo del jazz quando grandi come Charlie Parker e Lester Young si trasferirono qui. Appena finita la tournée ho deciso di incidere il cd perché la band era carica e non c’era bisogno di prove. Avevo scritto diverse canzoni e in pochi giorni le abbiamo registrate in presa diretta e in analogico per ottenere un suono simile a quello dal vivo. Amo da impazzire i suoni digitali, ma stavolta ho voluto tornare all’antica». Insomma stessa base di partenza nuove emozioni, ché il repertorio di Harper sembra sempre uguale ma poi si dirama in mille rivoli differenti e screziati. E il segreto dov’è? «Il segreto è il blues da cui sono nato. Per imparare ho imitato giganti della chitarra come Son House, Blind Willie Johnson, Bukka White, poi sono cresciuto e ho utilizzato il blues come stato d’animo creativo, adattandolo alle possibilità della mia voce e da lì credo di aver elaborato il mio stile personale. Mi definisco un uomo in continua evoluzione, ma attendo sempre la riprova dei fan: in agosto inizio il nuovo tour e in novembre saremo in Italia».