«Ben venga l’offerta della Cina»

Ben venga l’offerta cinese. Parola di Tenzim Wangmo Dunchu, la coordinatrice tibetana presso l’Unione europea, che in questa intervista al Giornale, spiega la posizione del Dalai Lama.
Dunque, perché dite sì a Pechino?
«In verità è da molto tempo che il Dalai Lama si dice pronto al dialogo sia in prima persona, sia tramite i suoi rappresentanti. Non abbiamo ancora ricevuto una proposta formale, ma se le notizie pubblicate dall’agenzia ufficiale Xinhua verranno confermate la nostra delegazione sarà lieta di sederci attorno a un tavolo con il governo cinese».
E cosa chiederete?
«Innanzitutto di poter visitare le zone del Tibet dove sono state represse le manifestazioni di protesta».
Ma Pechino ha sigillato la zona, non è una pretesa irrealistica?
«In passato le nostre delegazioni si sono già incontrate con i cinesi, l’ultima nel luglio 2007 e una volta la riunione si è svolta nel Tibet; perché dovrebbero rifiutare ciò che in passato hanno accettato?»
Pensa che la Cina si sia piegata alle pressioni occidentali?
«Trovo molto significativo che l’annuncio sia stato dato mentre è in corso la visita a Pechino del presidente Ue Barroso e di nove commissari. Sì, il sostegno ricevuto da molti governi e da personalità famose è stato molto importante».
E il Dalai Lama cosa offrirà ai negoziati?
«E cosa vuole che offra d’altro? Dagli anni Settanta abbiamo rinunciato all’indipendenza, predichiamo la non violenza e il rispetto delle popolazioni cinesi. Più di così... Ribadisco noi chiediamo autonomia nell’ambito dello Stato cinese, a cui spetterebbero difesa e politica estera; il resto, soprattutto cultura, lingua e religione, al governo tibetano».
Eppure i media cinesi continuano ad accusare il Dalai Lama di aver istigato i tibetani alla violenza...
«Immagino che ora anche la propaganda dovrà cambiare toni, ma noi sappiamo qual è la verità e siamo pronti a un’inchiesta internazionale. Se Pechino pensa davvero che Sua Santità abbia ordinato una ribellione armata, noi siamo disposti ad aprire i nostri uffici a Dharamsala e ovunque nel mondo. Non abbiamo nulla da temere. Loro però devono fare altrettanto».
È vero che i primi a usare la forza sono stati i manifestanti tibetani?
«La verità è che ci sono state 98 manifestazioni in Tibet tutte pacifiche, tranne una che è stata violenta e subito condannata dal Dalai Lama. La repressione invece è stata brutale»
Con quale bilancio?
«Oltre 150 morti, 4 mila arrestati, centinaia di persone deportate. A decine di feriti sono state negate le cure, altri, gravissimi, non vanno in ospedale per timore di essere arrestati. I soldati entrano nelle case sequestrano le salme e le fanno sparire. Vogliono cancellare le prove».
Le proteste sono cessate?
«Quelle pacifiche continuano, ma siccome non ci sono più giornalisti in Tibet il mondo non lo sa. È in corso un terribile processo di rieducazione nazionalistica: i tibetani vengono costretti a criticare il Dalai Lama e ad elogiare il governo cinese. I monasteri sono presidiati da migliaia di soldati. La gente soffre, ma non s’arrende. E crede, nonostante tutto, nel dialogo».