«Bene il sì di Bossi all’Udc Può portare il Pdl al 50 per cento dei voti»

Verdini, coordinatore nazionale di Fi: «La presa di posizione del Senatùr è stata molto intelligente perché punta al federalismo. Noi ci muoviamo nella stessa direzione per il grande partito dei moderati»

nostro inviato a Rimini

Il dibattito sul futuro Pdl prosegue, anche sotto gli ombrelloni. E a settembre, dicono tutti, si dovrà fare sul serio, per sciogliere anche il nodo allargamento. Intanto, però, su un'eventuale apertura alla Destra è arrivato il no di Cicchitto. Onorevole Verdini, lei è favorevole: come la mettiamo? C'è una spaccatura dentro Forza Italia?
«No, non è così. Rispetto l'opinione di Fabrizio, con il quale discuto spesso, ma so cosa intende dire».
Cioè?
«Il suo punto di vista è chiaro: il Pdl non può essere una casa “post”, qualunque esso sia. Deve rappresentare invece una novità, contenendo al suo interno riformisti, socialisti, cattolici, laici e così via. Per superare le vecchie logiche e guardare al Ppe europeo».
Francamente, la discriminante di Cicchitto sembrava piuttosto chiara: non ci può essere spazio nel Pdl per una componente filo-fascista.
«Guardi, io interpreto così le sue parole: non possiamo spostare il baricentro a destra, che va tenuto al centro. Anche perché, in un sistema bipolare, ogni voto che arriva dalla sinistra vale doppio. In ogni caso, con l'ingresso nel Pdl, la Destra supererebbe già di fatto il suo percorso precedente, con un atto di fede ben chiaro. Quindi, con Cicchitto non ci sono divergenze e diciamo le stesse cose. E poi, mi chiedo, come si fa a mettere un veto a chi è stato ministro della Repubblica e presidente di Regione con il centrodestra?».
Daniela Santanchè già dentro?
«No, e il discorso vale per tutti. Credo che lei, Storace e Casini si siano adesso convinti della bontà dell'operazione. In questa fase, veti e controveti servono solo ad animare la politica. Ma a settembre, insieme agli alleati, bisognerà stabilire i passi da seguire».
L'Udc, a onor del vero, pare non intenda confluire nel Pdl, perché l'operazione sarebbe vista come un'annessione. Ma allo stesso tempo, Fi e An non possono accettare che i centristi mantengano il simbolo, lo Scudocrociato, e siano solo alleati, come avviene per la Lega. Al di là dei «corteggiamenti» estivi, la questione non sembra poi così semplice.
«Silvio Berlusconi ha fatto bene a chiedere, prima delle elezioni, l'ingresso dell'Udc nel Pdl. E allo stesso tempo a dire no alle coalizioni, che rappresentano un problema. Lo testimoniano i due anni di governo Prodi, ma anche alcune difficoltà incontrate da noi nella legislatura precedente. Bisogna superare questa logica».
Nessuna concessione quindi sul simbolo?
«Guardi, il fatto che Forza Italia, An e i piccoli abbiano rinunciato ai loro, non vuol dire che siano fessi. Semplicemente, a loro si chiede di fare la stessa cosa. E poi, se l'Udc si paragona alla Lega, che si è presentata solo al Nord, sbaglia. Parliamo infatti di un partito fondatore del Ppe, con il quale abbiamo molte identità comuni».
A proposito di Carroccio, Umberto Bossi si è detto disposto a lasciare addirittura il suo posto di ministro a Pierferdinando Casini, in cambio del voto dell'Udc a favore del federalismo fiscale. Insomma, anche il Senatùr strizza l'occhio agli ex dc?
«La sua apertura è stata molto intelligente. In poche parole, per realizzare un suo progetto storico, la Lega è disposta ad aprire concretamente nei confronti dell'Udc. E noi del Pdl diciamo la stessa cosa, con l'obiettivo di portare avanti un programma di cambiamento storico, all'interno di un sistema politico bipolare. Grazie al partito unico dei moderati, che lo scorso 13 aprile ha consacrato la leadership di Berlusconi».
L'ambizione è sempre quella di arrivare al 50% dei voti?
«Assolutamente sì, con l'obiettivo di governare per 15 anni il nostro Paese, che è complesso, e che non si può trasformare in soli 5 anni. Il calcolo è sempre lo stesso: il 38% arriva già dal Pdl, a cui va aggiunto il 2% della Destra, il 5-6% dell'Udc e così via. E poi, non dimentichiamoci che, in merito all'8% ottenuto dalla Lega al Nord, il 3,5%, ovvero circa 1.250.000 preferenze, rappresenta un bacino di voti d'area».
Un obiettivo forse troppo ambizioso?
«No, bisogna guardare avanti, lontano, per dare all'Italia finalmente una continuità governativa. In un mondo bipartitico, infatti, se si ottiene il 50% vuol dire non perdere più e poter programmare ben oltre i cinque anni. Bisogna quindi dare un assetto stabile al Paese. Ed evitare, ad esempio, che Berlusconi porti avanti riunioni su riunioni, dal 2001 al 2006, per la progettazione del ponte sullo Stretto di Messina, e che poi il governo Prodi smantelli tutto in un quarto d'ora. Insomma, con il Pdl si dà stabilità e continuità, guardando nel frattempo anche alle riforme istituzionali. Da portare avanti nel modo più condiviso possibile».