Benedetta è morta nel metrò maledetto

Luciano Gulli

nostro inviato a Londra

L’ambasciatore Giancarlo Aragona invita i giornalisti nella sua residenza, al numero 4 di Grosvenor square al termine di una mattinata che si porta con sé le ultime speranze rimaste. Benedetta Ciaccia era proprio ad Aldgate, sulla carrozza del metrò su cui viaggiava Shehzad Tanweer, uno dei quattro spalloni della morte di Leeds. Ed è morta. A trent’anni. «Le autorità inglesi ci hanno avvertito con una telefonata intorno a mezzanotte. E un po’ l’ora, un po’ la voce del funzionario dall’altra parte del filo: insomma, abbiamo capito subito che la notizia che stava per darci era quella che temevamo da giorni», dice Aragona.
Presto la salma della ragazza, ovvero quel che ne resta, sarà rimpatriata. Le pratiche sono già state avviate, manca solo il nulla osta delle autorità britanniche. Quanto al riconoscimento, ovvero al metodo seguito dai medici legali per stabilire l’identità della ragazza, Aragona non sa dire. «So solo che il padre di Benedetta, Roberto Ciaccia, si era fermato a Londra dal 9 al 14 luglio, e in quell’occasione aveva lasciato un campione del Dna».
Finisce così, come era parso evidente fin dall’inizio, il dramma di una famiglia che fino all’ultimo, nonostante l’evidenza dei fatti, si era abbarbicata alla speranza di ritrovare viva, magari ferita gravemente, magari in un ospedale fuori mano, quella ragazza per la cui salvezza molti italiani avevano pregato. E così si chiude, nel modo più atroce, anche la speranza di Fiaz Bhatti, il giovane pachistano che avrebbe dovuto sposare Benedetta l’11 settembre prossimo. Era una storia d’amore emblematica, un esempio di quel multiculturalismo di cui la Gran Bretagna andava orgogliosa. «Il nostro credere in fedi diverse - raccontava nei giorni scorsi Fiaz, un ragazzone con la faccia buona e lo sguardo smarrito - non è mai stato un problema. Ci sentivamo due cittadini di questo Paese, punto e basta. Avevamo fatto fatica a far accettare alle nostre rispettive famiglie la nostra storia d’amore, ma ormai non c’erano più problemi. La data del matrimonio, la casa dove saremmo andati ad abitare a Norwich. Era tutto pronto, mancavano solo i dettagli. In fondo, le nostre due religioni - mormora ora Fiaz - prescrivono le stesse cose fondamentali: non uccidere, non rubare, tratta gli altri con rispetto, come vorresti essere trattato tu».
C’è un’altra cosa, ora che Benedetta si porterà forse nella tomba l’abito da sposa che le aveva scelto la mamma Nella, che turba il giovane commerciante di Norwich: che la gente pensi agli asiatici e ai musulmani come se fossero tutti terroristi. «Non c’è niente di più stupido. In questa storia, purtroppo, i musulmani non sono i colpevoli. Sono vittime, vittime come tutti gli altri».
Inutile tentare di entrare nel grande campo da gioco della Honourable Artillery Company, non lontano dalla City, dove sono state rizzate le quattro grandi tende bianche (una per ogni croce segnata sulla carta di Londra) in cui dal giorno della strage sono stati portati i corpi delle vittime. L’accesso è consentito solo ai 250 tra medici, radiologi, esperti di medicina legale, poliziotti della Scientifica ai quali è stato affidato l’orrendo lavoro di ricomporre, e identificare, resti umani che in qualche caso erano così devastati dall’esplosione da rendere il riconoscimento possibile solo ricorrendo al Dna o a radiografie dentali consegnate al team dai parenti. Dieci giorni dopo le bombe, solo 47 delle 55 vittime sono state finora identificate con certezza. «Per gli altri - dice il detective Rick Turner - ci vorrà ancora tempo. È una procedura complessa, più di quanto non sembri. Purtroppo, chi si è trovato vicino alla fonte dell’esplosione, in un ambiente chiuso come una carrozza del metrò in un tunnel, è stato fatto letteralmente a pezzi».
«Per arrivare all’identificazione di un corpo - aggiunge il dottor Andrew Reid, anatomopatologo - spesso non resta che fidarsi del Dna, di un’impronta dentale, un pacemaker. Perché anche se il volto è visibile, e non presenta offese vistose, talvolta è ugualmente difficile, per un parente che ne ricorda i tratti quando quel corpo era vivo, riconoscerlo da morto. Non mi faccia dire di più».