Benedetta sia la donna di Marinetti

L’avanguardia più maschilista del ’900 sostenne l’arte femminile A cominciare dal suo fondatore

Tutti, sostenitori e detrattori del movimento, faticavano a comprendere e accettare che il loro capo, l’assassino del chiaro di luna, il malinteso assertore del disprezzo della donna, il rivoluzionario firmatario del manifesto del 1909, che Filippo Tomaso Marinetti insomma, cedesse all’eterno incanto dei chiari di luna, semplicemente per amore. Molti, tra i primi seguaci, tra i discepoli e tra i beneficati, sopportarono a fatica che il loro vate, rivoluzionario e avanguardista, soldato e irredentista, cedesse le armi, e si sposasse. Marinetti si sposò come tutti, celebrando il rito civile in una villa che si chiamava «La santa». Nulla accadde per caso nella vita del «padre» del Futurismo. Benedetta Cappa è bellissima, bruna, futurista dalle viscere. «Mia eguale, non discepola» la definirà lui, marito e padre esemplare, alla faccia dei sostenitori, dei detrattori, dei delusi, dei gelosi.
Benedetta fu la compagna ideale di un genio. Pittrice e scrittrice, madre di tre figlie che ebbero per nome tre simboli della battaglia, Luce, Ala, Vittoria, seppe essere una donna artista ideale, senza complessi, e senza ubbìe. Apparentemente poteva essere difficile essere moglie dell’inventore del Futurismo. In realtà fu straordinaria l’armonia che dette a questa coppia felicità e futuro, insieme all’inesauribile guizzo delle rivoluzioni.
L’autore di Mafarka il futurista, di Così si seducono le donne, (due libri che più maschilisti non si può) stenta ancora, nel nostro tempo, a trovare apprezzamento tra le schiere di chi sostiene l’arte al femminile. La sublime contraddizione che lo fece capitolare di fronte alla complessità stupefacente della sua amata, e moglie, spariglia tutte le dogmatiche definizioni. Eppure la sua storia fu questa. Con Benedetta, giunsero alla ribalta futurista molte donne che, nell’Italia povera e arcaica dei primi anni Dieci, Venti del secolo scorso, difficilmente avrebbero ancora un nome senza il movimento ma soprattutto senza la persona di Marinetti.
Barbara (Olga Biglieri Scurto), pilota e pittrice, di una generazione più giovane, fu subito accolta tra chi, nel corso del terzo decennio del secolo, trasformò decisamente ogni possibile immagine dipinta in aeropittura: volo, cielo, aspirazione all’infinito, spirito, sintesi. Marisa Mori, moglie del poeta futurista Mario Mori e scenografa di genio.
Regina (Bracchi) entra nel movimento dopo il diploma a Brera, grazie al futurista Fillia. Padrona dei metalli, taglia ritrae e restituisce in latta e in alluminio immagini che, decenni e decenni più tardi, avrebbero tentato la sfida ai linguaggi della modernità, mentre Adriana Bisi Fabbri, illustratrice geniale, viene spronata e invitata alle mostre da Boccioni.
Fino a quel momento l’arte delle donne non aveva avuto vita facile, in nessun paese d’Europa. Neppure in Francia, dove Berthe Morisot ed Eva Gonzales erano riuscite a esporre nei Salon degli impressionisti. Le futuriste non devono obbedire a nessuno. Disegnano, ricamano, tagliano tende per gli arredi delle case, nel sogno comune di un «rinnovamento totale». Marinetti per primo capì e aprì l’immenso teatro dove donne e uomini stavano insieme, nell’attesa della vagheggiata «ricostruzione futurista dell’universo».
Le futuriste italiane, come si è visto alla recente mostra che ha affiancato la nostra avanguardia a quella russa (Siracusa, Palazzo Bellomo) riescono a competere su tutti i fronti ma soprattutto sembrano realmente aprire la strada alle artiste del Novecento. Nell’attesa che apra i battenti la grande mostra milanese che radunerà più di duecentoventi opere di pittrici e scultrici dal Cinquecento al Novecento (Milano, Palazzo Reale, dal 4 dicembre), vale la pena di ribadire l’importanza del futurismo in questo senso.
Bice Lazzari, una delle prime protagoniste dell’astrazione italiana, anticipa di pochi anni il lavoro di Carla Badiali, rigorosa poetessa degli spazi e dei silenzi; Carol Rama, vera avanguardista, esploratrice dei linguaggi, viene al mondo un mese dopo la morte della Bisi Fabbri.