Benedetto gelo, così riscopriamo che d’inverno fa freddo

Il mio amore per i giornali, una sorta di imprinting, penso sia dovuto al fatto che per anni li ho tenuti sul cuore, nel senso che mi foderavo il petto col Corriere della Sera - il migliore, se non altro per numero di pagine - prima di chiudere il giaccone e avviare la Lambretta. Ieri mattina all’alba, appena salito in auto, un istinto primordiale mi ha dettato un Sms che ho inviato a mio figlio tredicenne: «Oggi meno 6 gradi! Non devi uscire con quel giubbetto. O ti metti il piumino o stai in casa». In altri tempi sarebbe stato impensabile che mio padre, allo scopo di difendermi dal freddo, mi ingiungesse di rinunciare al mio capo d’abbigliamento preferito. Per vari motivi: innanzitutto non disponeva di un telefono, né portatile né fisso; in famiglia ciascuno aveva un solo cappotto, e bello pesante, da passare eventualmente al fratello più piccolo; la moda griffata non esisteva; e soprattutto anche il più sprovveduto fra gli sprovveduti era consapevole che i rigori del clima avevano la precedenza sulle frivolezze estetiche.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate Gennaio, che permette dunque ai nostri figli di scoprire ciò che fu chiaro naturaliter ai loro nonni e bisnonni: d’inverno fa freddo, talvolta molto freddo. Ce n’eravamo quasi dimenticati anche noi padri, pur appartenendo all’ultima generazione che ha usato lo scaldino con le braci, un’arca rovente da infilare sotto le coltri per sgelarle. Che festa quel rito serale prima d’andare a letto.
Boom o non boom, allora, a cavallo fra gli Anni ’50 e ’60, per la maggioranza degli italiani il freddo era ancora una cosa seria, da uomini. Provate voi, cari ragazzi del terzo millennio, ad affrontare imbacuccati il gabinetto collocato all’esterno, sul poggiolo, e a poggiare le natiche sulla ciambella ghiacciata del water, com’è capitato a me per tutta l’infanzia. E avete mai sentito parlare di geloni, quelle tumefazioni violacee, lucenti, pruriginose, che comparivano sulle dita delle mani e dei piedi, sulla punta del naso, sulle orecchie e tendevano a ulcerarsi, fino a trasformarsi in necrosi cutanea? Graziaddio queste mi sono state risparmiate, e con esse ho evitato anche la cura, di certo peggiore del male, che secondo la medicina popolare era in grado di sconfiggerle: una pisciatina calda sulla parte dolente.
Però subivo l’immancabile precettazione della domenica sera: il povero don Luciano non aveva trovato uno straccio di chierichetto che per la settimana entrante gli servisse messa alle 6. Ricordo la camminata nella neve fresca fino alla chiesa; ricordo il gelo mitigato solo dalle candele, l’odore della cera fusa nel quale ristagnavano ancora gli effluvi dolciastri d’incenso del Tantum ergo domenicale. Era un gelo molto simile, credo, a quello che stordisce gli alpinisti dispersi sulle vette e che precede il passaggio indolore dal sonno alla morte. E infatti una mattina, al termine della messa da obito con tanto di catafalco ma senza il defunto, fracassai la lunga croce astile nera contro il muro del corridoio a gomito che portava in sagrestia: un difetto d’attenzione provocato dallo stato di trance polare in cui ero piombato.
Non posso lamentarmi. In casa avevamo solo una stufa Fargas, piazzata strategicamente in corridoio, e i miei due fratelli maggiori erano costretti a studiare in una stanzetta dove, su un fornello, tenevano capovolti tre vasi di terracotta. Indossavano cappotto, berretto e guanti. A me è andata meglio: dalla terza media ero già in un appartamento provvisto di termosifoni.
Al freddo ci si preparava per tempo. Durante la villeggiatura estiva dai nonni - appena 8 chilometri da casa, ma non ho mai più avuto vacanze così belle, nemmeno a 8.000 miglia di distanza - il mio compito era trasferirmi una mattina sì e una no sul poggiolo della zia Valentina alle Case Nuove, nuove in quanto popolari, e mettere in ammollo nel mastello centinaia di copie della Gazzetta dello Sport, il quotidiano preferito dello zio Arturo, da trasformare in palle di carta pressata che sarebbero state bruciate l’inverno seguente nella stufa Bechi.
Mi accorgo solo adesso di parlare come un nonno, e a 52 anni stona. Ma quando i nostri ragazzi avranno la nostra stessa età, che cosa racconteranno ai loro figli? Che il cellulare non prendeva perché i ripetitori avevano ceduto sotto il peso della neve? Capirai che poesia. Nel freezer dei ricordi è custodita la forza di una nazione che ha battuto i denti ma ha saputo anche stringerli. Benedetto il freddo se ci permette di riaprire questo scrigno di ghiaccio.
È destino che ogni generazione denigri se stessa e rimpianga quelle passate, per poi essere rivalutata dalle successive, mi diceva Cesare Marchi. I pochi soldati dell’Armir tornati dalla Russia avevano le scarpe di cartone: benché catafratti, noi ci buschiamo il raffreddore solo a portare le immondizie fino al cassonetto. Appena tredicenne, d’inverno mia madre veniva mandata a fare il bucato al lavatoio del paese quando non erano ancora le 4 del mattino: la proprietaria dell’abitazione e della vita dei miei nonni voleva essere sicura che nessuno avesse risciacquato i panni in quell’acqua. «Rompevo il ghiaccio con lo zoccolo», rammenta la mamma. È sopravvissuta, non so come, e oggi si tiene stretti i suoi 87 anni non meno della sua artrite reumatoide che le ha tramutato le dita delle mani in rami d’albero stortignaccoli.
Non sopportiamo più né il freddo freddo né il caldo caldo. Il benessere ci ha resi tiepidi. È una forma di relativismo termico dalla quale faremmo bene a guardarci, se non altro per via dell’oscura sentenza contenuta nell’Apocalisse di Giovanni: «Tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca».
Dovremmo reimparare ad affrontare le stagioni e i loro estremi. Faceva così Mario Rigoni Stern, il sergente nella neve, che fino all’ultimo dei suoi inverni sull’altopiano di Asiago s’è sempre organizzato per durare sino alla primavera in una splendida autarchia. Fanno così il mio amico Renato Magnoni e i padri Bernard, Frédéric, Yvan e Hilaire al Colle Gran San Bernardo, nel cuore delle Alpi, sepolti vivi da ottobre a maggio sotto 18 metri di coltre bianca, e se qualcuno muore lo seppelliscono nella cripta, senza lapide, però con il De profundis e i canti gregoriani.
Nel mio piccolo ho fatto in tempo, da caporedattore di un quotidiano locale, a rimproverare un cronista che mi andava alle conferenze stampa - in municipio, in prefettura, in questura, dai carabinieri - bardato con una giacca a vento rossa e un berretto di lana provvisto di paraorecchie. Ero più imbarazzato io di lui il giorno in cui lo convocai in una saletta dell’archivio per fargli capire che quel look alpestre mal si conciliava con gli obblighi di rappresentanza. Sbagliavo, e infatti oggi è capocronista.
Per affrontare l’emergenza, domenica in casa mia è bastato poco: un pullover in più e qualche ciocco nel camino. Mia moglie s’è accorta che erano i ceppi del calicanto tagliato da suo padre nel nostro giardino prima d’andarsene per sempre. Nella fiamma profumata, ci è sembrato per un attimo di risentirli vivi, l’uomo e la pianta.
Siamo fortunati, e non lo sappiamo. In fin dei conti il Re del Cielo cantato da Alfonso Maria de’ Liguori, di cui tanto si parla in questi giorni, da duemila anni viene in una grotta al freddo e al gelo, è sempre qui a tremar, continuano a mancargli panni e fuoco. Di che ci lamentiamo?
Torna in mente il Racconto di Natale di Dino Buzzati, con don Valentino, segretario dell’arcivescovo, che respinge un povero sull’uscio del duomo e subito vede scomparire Dio dalle navate. Sarà costretto ad andarlo a cercare, il suo Dio, nel buio della notte santa, con i piedi gelati, affondando nella neve fino al ginocchio. Lo ritroverà in una chiesa di campagna, nelle sembianze del suo vescovo, che sussurrerà al pretino irto di ghiaccioli: «Benedetto ragazzo, ma dove ti eri cacciato? Si può sapere che cosa sei andato a cercar fuori in questa notte da lupi?».
Dev’esserci un motivo se Dio viene con il freddo.

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it