Benedetto XVI contro gli atei: "La scienza non porta in Paradiso"

Il Pontefice presenta la sua seconda enciclica. In "Spe salvi" affronta il tema della speranza


«Non è la scienza che redime l’uomo». È illusorio credere nella possibilità di realizzare un mondo perfetto, un paradiso sulla terra, «grazie alle conoscenze della scienza e ad una politica scientificamente fondata»: quanti hanno cercato di farlo, come il marxismo, hanno lasciato dietro di sé «una distruzione desolante». Non sono le leggi della materia che governano il mondo e l’uomo, «ma un Dio personale». Le leggi della materia e dell’evoluzione non sono l’ultima istanza, rappresentata invece da «ragione, volontà, amore», da «una Persona». Solo conoscendo e amando questa persona, Dio, l’uomo diventa libero e non è più schiavo. Lo scrive il Papa nella sua seconda enciclica «Spe salvi», che prende l’avvio dalle parole di San Paolo ai Romani, «nella speranza siamo fatti salvi».
In 79 pagine, Benedetto XVI affronta il tema della speranza cristiana, mette in luce il fallimento delle ideologie moderne, e chiede anche al cristianesimo contemporaneo di fare autocritica notando come esso, di fronte al progresso della scienza, si sia dedicato esclusivamente all’individuo e alla sua salvezza restringendo «l’orizzonte della sua speranza» e finendo per non riconoscere «la grandezza del suo compito».
I cristiani, scrive il Papa, presentano come tratto distintivo quello di «avere un futuro», anche nelle condizioni più avverse, anche nelle sofferenze più atroci, come insegnano gli esempi dei martiri: «Non è che sappiano nei particolari ciò che li attende, ma sanno nell’insieme che la loro vita non finisce nel vuoto. Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente». Alla base di questa speranza, spiega Ratzinger, c’è il Vangelo, «una comunicazione che produce fatti e cambia la vita. La porta oscura del tempo, del futuro, è stata spalancata». I cristiani vivono «l’attesa delle cose future a partire da un presente già donato». L’esempio su cui il Papa si sofferma di più è quello di santa Giuseppina Bakhita, la piccola schiava vittima di terribili sofferenze, che dopo essere diventata cristiana non si sentiva più schiava, ma libera figlia di Dio. È l’incontro col «Signore di tutti i signori», con «una speranza che è più forte della schiavitù» il grande segreto del cristianesimo, che non porta «un messaggio sociale-rivoluzionario», ma la possibilità di una trasformazione «dal di dentro» della vita e del mondo. Solo entrando in relazione il Dio personale che si è rivelato in Gesù Cristo l’uomo diventa veramente libero: «Il cielo non è vuoto. La vita non è un semplice prodotto delle leggi e della casualità della materia, ma in tutto e contemporaneamente al di sopra di tutto c’è una volontà personale, c’è uno Spirito che in Gesù si è rivelato come amore».
Benedetto XVI analizza quindi ciò che è accaduto dopo la svolta epocale degli ultimi secoli, quando le nuove conquiste tecniche hanno messo l’uomo «in grado di arrivare ad un’interpretazione della natura conforme alle sue leggi», una nuova correlazione «tra scienza e prassi». È un passaggio fondamentale, che Ratzinger descrive attraverso le parole del filosofo Bacone. Mentre fino a quel momento il recupero del paradiso era atteso dalla fede in Gesù, dalla sua redenzione, ora la «restaurazione» del paradiso perduto si attende «dal collegamento appena scoperto tra scienza e prassi». La fede non viene negata, ma relegata nell’ambito delle cose solamente private e ultraterrene, e «allo stesso tempo diventa in qualche modo irrilevante per il mondo». Questa visione, secondo il Papa, influenza «l’attuale crisi della fede che, nel concreto, è soprattutto una crisi di speranza cristiana».
Tra le tappe essenziali di questo nuovo corso, l’enciclica cita la Rivoluzione francese come tentativo di instaurare il dominio della ragione e della libertà anche in modo politicamente reale. E poi la seconda rivoluzione, quella proletaria. Con Marx, «il progresso verso il meglio, verso il mondo definitivamente buono, non viene più semplicemente dalla scienza, ma dalla politica». Marx «supponeva semplicemente che con l’espropriazione della classe dominante, con la caduta del potere politico e con la socializzazione dei mezzi di produzione si sarebbe realizzata la Nuova Gerusalemme». I popoli sottomessi a quella ideologia non hanno avuto il paradiso ma solo una «distruzione desolante».
La lezione che il Papa trae da questo excursus storico è che «la ragione del potere e del fare deve urgentemente» aprirsi «alle forze salvifiche della fede, al discernimento tra bene e male. Solo così diventa una ragione veramente umana». È illusorio ritenere che le sole strutture buone possano salvare il mondo perché «l’uomo non può mai essere redento semplicemente dall’esterno». Pensare che l’uomo possa redimersi grazie alla scienza è un errore, significa «chiedere troppo» alla scienza stessa. «La scienza – spiega ancora Ratzinger – può contribuire molto all’umanizzazione del mondo» ma «può anche distruggere l’uomo e il mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di fuori di essa». Non è dunque la scienza che redime, perché l’uomo viene redento attraverso l’amore. Nell’ultima parte dell’enciclica, Benedetto XVI parla dei «luoghi» di apprendimento e di esercizio della speranza. Il primo è la preghiera, il secondo è rappresentato dalla sofferenza, che bisogna cercare di superare, sapendo però che «eliminarla completamente dal mondo non sta nelle nostre possibilità semplicemente perché non possiamo scuoterci di dosso la nostra finitezza e perché nessuno di noi è in grado di eliminare il potere del male». Il Papa definisce «crudele e disumana» una società che non riesce ad accettare i sofferenti. L’ultimo «luogo» è il giudizio. L’ateismo ha costruito un mondo moralistico «senza speranza» perché «nessuno e niente garantisce che il cinismo del potere non continui a spadroneggiare nel mondo». Solo Dio, invece, «può creare giustizia» e la fede «non cambia il torto in diritto». «I malvagi – assicura Ratzinger – alla fine, nel banchetto eterno, non siederanno indistintamente a tavola accanto alle vittime, come se nulla fosse stato».
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