Benedetto XVI al Muro del pianto. Nel suo biglietto un grido: pace

Benedetto XVI invoca il dialogo con ebrei e islamici. Messa nella valle di Josafat: &quot;Cristiani, non lasciate questa terra&quot;. <strong><a href="http://www.ilgiornale.it/fotogallery.pic1?ID=1158" target="_blank">Commento audio</a><a href="/fotogallery.pic1?ID=1157"> </a></strong>

nostro inviato a Gerusalemme

Il Papa scalzo, nella moschea della Roccia, il terzo luogo più caro ai fedeli dell’islam. Il Papa che a piccoli passi si avvicina al Muro del Pianto, per infilare tra le pietre il «fituk», un biglietto con la preghiera per chiedere «pace sul Medio Oriente e su tutta la famiglia umana». Il Papa accolto dall’abbraccio di migliaia di fedeli nella Valle di Josafat, il luogo dove la tradizione afferma inizierà il Giudizio universale. Questi tre fotogrammi descrivono la seconda giornata in Israele del vescovo di Roma che veste il saio del pellegrino e in punta di piedi, senza proclami roboanti né la pretesa di creare eventi destinati a passare alla storia, allarga le braccia invitando al dialogo con l’islam; rinnova l’amicizia nei confronti degli ebrei; e soprattutto sostiene in un momento particolarmente difficile i cristiani, invitandoli a non lasciare questa terra ma a resistere e a continuare ad essere elemento «di armonia, saggezza ed equilibrio» in una società che è per tradizione multietnica e multireligiosa.
Sui giornali israeliani, il giorno dopo la preghiera del Pontefice allo Yad Vashem, si leggono le critiche di chi ha giudicato «tiepide» le sue parole. Ma ci sono anche reazioni positive, ed è indubitabile, come spiega l’ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede, Mordechai Levy, che questa visita abbia comunque «una dimensione storica».
Benedetto XVI, sotto un sole cocente e un cielo azzurro che faceva risaltare ancor di più i bagliori dorati della cupola della Roccia, ha iniziato la sua giornata entrando scalzo nella grande moschea omayyade, accompagnato dal Gran Mufti di Gerusalemme Ahmad Hussein, che gli ha chiesto di «operare attivamente perché cessi l’aggressione israeliana verso i palestinesi». Ratzinger non risponde da politico né da capo di Stato, ma da uomo di religione. Chiede di non essere riluttanti o ambigui nell’impegno per il dialogo tra le religioni, invita i credenti nell’«Unico Dio» a operare «instancabilmente per salvaguardare i cuori umani dall’odio, dalla rabbia o dalla vendetta».
Poi si sposta di poche decine di metri in linea d’aria, al Muro del Pianto. Si raccoglie in preghiera, e così come fece Giovanni Paolo II nel 2000, infila tra le antiche pietre del tempio di Erode, per la tradizione ebraica ciò che rimane della casa di Dio in terra, un biglietto con la preghiera all’Onnipotente perché ascolti «il grido degli afflitti, dei timorosi, dei diseredati» e doni la pace a Gerusalemme e al mondo intero. Incontrando di lì a poco i due Gran Rabbini della città, Benedetto XVI ribadisce che «la Chiesa è irrevocabilmente impegnata sulla strada» tracciata dal Concilio «per una autentica e durevole riconciliazione tra cristiani ed ebrei». Nel salutarlo, il rabbino askenazita Yona Metzger giudica positivamente la conclusione del caso del vescovo negazionista Williamson, e la definizione da parte del Papa dell’antisemitismo come «un peccato contro Dio».
La mattinata si conclude con la visita al Cenacolo. Poi, nel pomeriggio, nella Valle di Josafat che si estende davanti alla basilica del Getzemani, la messa all’aperto con migliaia di fedeli. Ratzinger arriva con la papamobile tenendo i vetri abbassati. Le misure di sicurezza sono a dir poco imponenti, ma il Papa non intende rinunciare al contatto con la gente. Nel salutarlo, il patriarca latino Fuad Twal, parla dell’«agonia» del popolo palestinese – al quale appartiene la stragrande maggioranza dei cristiani – e dell’«indifferenza» della comunità internazionale. Il Papa nell’omelia parla delle «difficoltà, la frustrazione, la pena e la sofferenza che tanti tra voi hanno subito in conseguenza dei conflitti che hanno afflitto queste terre», e anche delle «amare esperienze» dei profughi, che possono ancora ripetersi. «Spero che la mia presenza qui – dice – sia un segno che voi non siete dimenticati». Pur comprendendo le ragioni di chi emigra, Benedetto XVI ha invitato i cristiani a rimanere, esortando «le autorità a rispettare e sostenere» la loro presenza.