Benedetto XVI in Turchia: inutile visita di cortesia

Rino Cammilleri

Adesso che il plauso e l’entusiasmo e la soddisfazione postumi si sono spenti è forse il momento di sedersi e stendere un primo bilancio della visita di Benedetto XVI in Turchia. Un primo bilancio, abbiamo detto, perché solo il tempo potrà dire se ci sono stati dei veri e duraturi frutti. Un primo bilancio crudo e rispettosamente spietato, perché non crediamo che si faccia un favore al vertice della Chiesa agitando palme e gridando «osanna!» sempre e comunque. Sì, perché qualche lettore ci ha chiesto, perplesso, che cosa, in fondo, sia andato a fare il pontefice in Turchia. È una buona domanda, infatti ogni bilancio che si rispetti deve confrontare la lista dei pro con quella dei contro, ed è positivo solo allorquando i primi superano i secondi. Ebbene, nella lista dei primi possiamo senz’altro iscrivere il ritorno a casa, sano e salvo, di Sua Santità. Già: i timori di un attentato alla sua persona non erano affatto campati in aria, specialmente dopo il famoso discorso di Ratisbona che aveva praticamente costretto Benedetto XVI a scusarsi con gli islamici, cosa senza precedenti, e non aveva impedito l’assassinio di qualche cattolico qua e là nel mondo (musulmano). Tolto questo, non ci sembra che l’accoglienza formale di Erdogan e del Gran Muftì siano da registrare sotto la rubrica «pro», dal momento che si tratta di atti dovuti nonchè il minimo che possa fare un Paese che sogna di entrare nella Ue. Per converso, Benedetto XVI, costretto a ricambiare la cortesia, ha dovuto smentire clamorosamente il cardinal Ratzinger e praticamente fare della Santa Sede l’unico Stato europeo favorevole all’ingresso della Turchia nell’Europa comunitaria. Il Papa, poi, è entrato scalzo nella Moschea Blu e per giunta ha pregato rivolto alla Mecca, cosa che nemmeno il suo predecessore, pur larghissimo di gesti eclatanti, aveva fatto. Riguardo all’incontro tra Benedetto XVI e il patriarca di Costantinopoli, è bene sapere che quest’ultimo gode, sì, di un primato d’onore tra gli ortodossi ma si tratta di una mera reminiscenza storica, rappresentando egli solo un pugno di fedeli nel mare magnum musulmano. L’ortodossia che veramente conta è quella di Mosca, ma con questa il dialogo non si è mosso di un millimetro, né un viaggio del Papa da quelle parti è in calendario (e presumibilmente non lo sarà nemmeno negli anni a venire, data la cocciutaggine della chiesa russa a considerare quell’immenso territorio «cosa sua»).
Il patriarca di Costantinopoli non ha alcuna autorità disciplinare e nemmeno dottrinale - che spetta al Concilio - sulle varie chiese ortodosse, che non a caso si definiscono «autocefale». Quel che firma impegna solo lui, come accadde a Firenze nel XV secolo e nell’incontro tra Paolo VI e Atenagora in quello scorso. Di più: di solito i suoi fedeli non si riconoscono in questi accordi, ed è probabile che sarà così anche adesso. Domenica 3 dicembre, nel primo Angelus al ritorno da Istanbul, il papa ha auspicato che il suo viaggio in terra turca dal 28 novembre all’1 dicembre contribuisca ad approfondire la collaborazione e il dialogo con i cristiani ortodossi e i seguaci dell’islam. Dunque, il sospetto di un viaggio tutto sommato inutile (per dire il meno) sembra cogliere lo stesso Benedetto XVI, il quale parrebbe accontentarsi di un bilancio minimale. Sì, forse l’essere andato a rischiare la pelle salverà la vita a qualche cristiano da quelle parti. O la allungherà di qualche giorno.