Con la benedizione di padre Brown

Nel racconto «La croce azzurra» (1911), Gilbert Keith Chesterton (1874-1936) a un certo punto calò l’asso vincente. Con queste parole: «un prete cattolico-romano di statura bassissima, che veniva da un villaggetto dell’Essex. \ Quel pretucolo era proprio l’essenza delle pianure dell’Essex: aveva un viso rotondo e inespressivo come gnocchi di Norfolk, gli occhi incolori come il mare del Nord \. Aveva un grosso ombrello malandato che gli cadeva di continuo; e pareva che non sapesse quale fosse la parte del biglietto da serbare per il ritorno». Insomma, un personaggio insignificante. Ma che, proprio grazie alla sua normalità, alla sua invisibilità, al non aver nulla di notevole, diventa eccezionale. È padre Brown, il prete detective più famoso della storia. L’autore inglese lo creò ispirandosi a un vero sacerdote: padre John O’Connor, di Bradford, parroco di San Cuthberto, conosciuto in un pomeriggio invernale del 1903 a Keighley, nello Yorkshire (fu lui, poi, a contribuire in misura determinante alla conversione al cattolicesimo di Chesterton, avvenuta nel ’22). A quel prete apparentemente maldestro ma acutissimo nello smascherare i criminali, il grande scrittore dedicò ben cinque volumi, per un totale di 51 racconti (due antologie ne sono state riproposte nel 2007 e nel 2008 dall’editore Morganti con i titoli «Il candore di padre Brown» e «La saggezza di padre Brown»). Molti ricorderanno che a portare il personaggio sul piccolo schermo, in Italia, fu il piccolo grande Renato Rascel. «I racconti di padre Brown» è il titolo di una serie di sei puntate andate in onda fra il 29 dicembre ’70 e il 2 febbraio ’71, con un altro eccellente attore, Arnoldo Foà, nei panni di Flambeau, il ladro convertito e riportato sulla retta via da padre Brown fino a diventarne il fidato e validissimo compagno di avventure.