Bengasi, ventre molle della Libia di Gheddafi

 Dalle insurrezioni del 1995-96 alla
contestazione del 2006 contro il ministro Calderoli, Bengasi
è sempre stata un ventre molle del regime di Gheddafi. La città centro
di potere alternativo a Tripoli e sede di una fronda
di integralisti islamici sostenuti dal Sudan e dagli egiziani

Bengasi - Dalle insurrezioni del 1995-96, alla contestazione del 2006 contro il ministro Calderoli, che aveva indossato una maglietta con una vignetta sul Profeta, Bengasi è sempre stata un ventre molle del regime di Gheddafi, centro di potere alternativo a quello tripolino e sede di una fronda di integralisti islamici sostenuti dal Sudan e dai simpatizzanti egiziani.

Nel giugno 1995, sullo sfondo una forte crisi economica, nel capoluogo della Cirenaica scoppiarono violenti scontri tra polizia e militanti islamici. L’8 settembre dello stesso anno, al culmine di crescenti tensioni, fondamentalisti e forze di sicurezza si scontrarono per due giorni, con un bilancio finale di morti e feriti mai ufficializzato. All’epoca il colonnello parlò di "integralisti al soldo di Usa e sionisti" e accusò Egitto e Sudan.

Nel marzo 1996, sempre a nella città sul golfo della Sirte, esplose una vera e propria rivolta islamica contro il rais organizzata dal Fig (Fighting Islamic Group) di Abdallah Sadek. Per soffocare la sommossa, secondo quanto riferito dal Sunday Times, il dittatore dovette inviare elicotteri, navi da guerra e truppe. Ai ribelli si unirono anche una settantina di carcerati della prigione di Al Kuwaifiya, a una ventina di chilometri da Bengasi. Gli scontri, che provocarono sedici morti tra i governativi e sette tra i fondamentalisti, erano scoppiati in seguito all’arresto di un altro leader del Fig, Khaled Al Shàeri. Il regime negò l’esistenza di rivolte, affermando che non esisteva alcuna opposizione politica contro Gheddafi, il quale tuttavia scampò ad un attentato a Sirte nel 1996.

Negli anni successivi l’insurrezione islamista sembrò spegnersi, fatta eccezione per un’imboscata tesa al colonnello a Derna nel giugno 1998: il rais si salvò grazie al sacrificio delle "amazzoni" che costituivano la sua guardia del corpo ma il regime reagì, catturando un centinaio di integralisti. La situazione rimase sotto controllo fino al febbraio 2006, quando Bengasi tornò ad infiammarsi a causa di un’iniziativa del ministro Calderoli, che aveva indossato una maglietta anti-Islam sulla quale era stampata una vignetta satirica contro Maometto. Ne derivò una violenta manifestazione davanti al consolato italiano, in cui morirono undici libici. Proteste che tuttavia portavano la firma del fondamentalismo islamico, come fece notare, tra gli altri, Francesco Cossiga: "Non raccontiamoci storie, rifuggiamo dalle sciocchezze che si sono dette in questi giorni a proposito del gesto imprudente e inconsapevole di Roberto Calderoli. Gli incidenti di Bengasi non sono stati provocati da una maglietta ma da una precisa strategia degli integralisti islamici. Più esattamente dai Fratelli musulmani che si sono infiltrati dall’Egitto. C’è un tentativo di destabilizzare la Libia ed è necessario perciò sostenere Gheddafi", disse il presidente emerito in un’intervista al Corriere della Sera.