Benitez: «Adoro Sacchi E mi sveglio di notte con la tattica vincente»

Riccardo Signori

Chissà se cercherà un pub anche a Istanbul? L’altra volta fu un successone. Appuntamento con i tifosi dei Reds, ovvero del Liverpool: lui, Rafael Benitez, e i tifosi insieme a bere birra al Jameson’s Irish pub a Colonia, la sera prima della partita di Champions con il Bayer Leverkusen. Tutti insieme, con gli occhi puntati alla tv, giocavano Milan e Manchester, e giù boccali di birra. Da non credere. Per i tifosi. Niente male quello spagnolo dal grugno duro che nella testa ha un solo dogma: «Vincere, perché le vittorie restano. Il resto svanisce con la memoria». E il giorno dopo il Liverpool demolì i tedeschi. Guarda caso, stavolta i tifosi dei Reds non vedranno il Milan solo in tv. E Benitez ha già ripassato tutte le lezioni di calcio italiano appuntate durante il suo peregrinare quando lavorava coi ragazzi del Real e arrotondava insegnando ginnastica in un fitness center. Dieci anni fa, non una vita fa. S’innamorò del calcio di Cruijff al Barça e di Toshak al Real, ma soprattutto studiò il Milan di Sacchi. «Il più grande allenatore dell’era moderna. Il suo modello è ancora valido ed è quasi impossibile perfezionare quel sistema e quel concetto di football che rese il Milan dominante in Europa. Ancora oggi i giocatori sono estremamente bravi nel gioco senza e con la palla».
Poi vennero il rapporto con Del Bosque al quale fece da secondo sulla panca del Real dei grandi, le panchine del Real Valladolid, dell’Osasuna, dell’Extremadura, del Tenerife e del Valencia al posto di Hector Cuper. E con il Valencia il successo: scudetto e coppa Uefa. Quando vinse lo scudetto, Benitez guardò negli occhi sua moglie Monserrat e promise: «Un giorno ti porterò a casa anche la coppa dei Campioni». Benitez è un tipo tosto, maniacale. Sintetizza: «Sono uno che ha fame di successo». La signora, di tanto in tanto, vien svegliata di soprassalto, nel letto e nel cuore della notte. Serafica ha raccontato: «Sogna e urla istruzioni ai giocatori che disobbediscono». Ma la famiglia Benitez ha accolto con quel certo senso di ineluttabilità questo padre con la testa nel pallone, un uomo senza leggenda, che non stacca gli occhi dai vecchi filmati che riaccendono i ricordi dei tempi eroici dei Reds e ammette: «Combatto per trovare il tempo di stare con la famiglia. Il calcio mi assorbe. Ogni giorno, nella mia testa, restano molti problemi irrisolti».
Arrivati in Inghilterra, Montsè, che è avvocato, s’è presa carico di studiare e leggere tutto quanto è storia del Liverpool. «E quando io torno a casa, dopo 10 ore di immersione nel calcio e nella squadra, lei mi fa lezione su tutto quanto ha reso grande questo club». Nonostante il campionato non sia andato secondo speranze, Rafa è pronto a sottoscrivere la più pazza idea che un allenatore possa raccontare: «Resterei qui vent’anni». Benitez ha cercato di ridare alla squadra lo spirito del vecchio Liverpool. «Voglio instillare mentalità, filosofia, rispetto e valori che resero leggendario questo club. Nel passato la squadra era la stella, voglio che torni ad esserlo. La chiave sta nell’idea del branco, tutti a caccia del pallone in branco. Ora c’è troppo danaro in giro ed è difficile far recuperare lo spirito dell’uno per tutti, tutti per uno».
Benitez cerca la filosofia del branco obbligando i giocatori a cambiare compagni di stanza, li bombarda con messaggi: «Non chiedo vita spartana, ma ordine, disciplina, professionalità». A Valencia non lo accontentarono nella campagna acquisti. Una frase fu il suo marchio. «Avevo chiesto un sofà, mi hanno comprato un lampadario». Vinse e se ne andò. Il suo Liverpool è straordinario nell’arte difensiva. «Il segreto è chiudere tutti gli spazi perché l’avversario sbagli di più». A chi gli chiede cosa conti arrivare in finale e non vincere, dice: «Chi arriva 3° ha vinto un bronzo, chi arriva 2° ha perso l’oro».