Benitez: "Stesse sensazioni di due anni fa"

Il guru di Liverpool si nasconde e porta la squadra a giocare a bowling. "Il nostro segreto? Conta soltanto il gruppo. I rigori? I miei si divertono sempre a tirarli..."

Atene - Ieri a mezzogiorno Rafa Benitez ha preso la sua squadra e l’ha portata a giocare a bowling e a biliardo in una modesta sala giochi di Kifisia, il sobborgo, questo sì, più elegante e à la page di Atene. Chissà, se in quell’ora e mezzo di svago l’allenatore dei Reds avrà lasciato andare i suoi pensieri o piuttosto non avrà continuato ad inseguire i dubbi con cui combatte, o dice di combattere, da una decina di giorni. Zenden o Kewell; Crouch, Bellamy o Pennant? Rafa non ha mai fatto una questione di uomini. Quelli, li sceglie prima di cominciare la stagione.
Poi diventano pedine della sua scacchiera, carte del suo mazzo. Ieri in mezz’ora di incontro con la stampa l’hanno fatto parlare del calcio cinese e di quello messicano, degli sms da mandare a Mourinho e lui ha risposto a tutto. Inutile, più che impossibile, cercare di estorcergli un dettaglio sulla formazione. Per fortuna c’è l’onda lunga di Istanbul a salvare mezz’ora di nonsense, di frasi tipo «il nostro segreto? La forza del gruppo e la cultura del lavoro». La ragnatela del mago: difficile rapirgli un’emozione, rievocare quella coppa del 2005 è l’unica strada percorribile. Stasera saranno cinque i reduci in campo: Finnan, Carragher, Xabi Alonso, Gerrard e Riise. «Quella partita fu la più bella finale della storia di questa manifestazione. Sarà difficile poterla eguagliare, ma anche questa volta contro il Milan sarà una partita dura e tirata. Inutile cercare un favorito. Ecco, forse chi segna per primo avrà almeno il piccolo vantaggio di provare a orientare la partita».
Due anni fa promise alla moglie Montserrat, lui era il suo personal trainer nella migliore palestra di Madrid e la sposò dopo un lungo corteggiamento, un orologio in caso di vittoria: quest’anno non si sbilancia, dice che non ha ancora deciso. Quello e la gabbia per Kakà: «Fermare lui non è fermare il Milan» dice, ma fa capire che insomma, arginare il brasiliano sarebbe già un bel cominciare. Poi massimo rispetto per Ancelotti e una certa indifferenza per i rigori. Lì non ci sono trucchi, i maghi sono inutili: «Fosse per me non li farei neanche provare, ma i miei giocatori si divertono così un paio di volte alla settimana».
Basta una domanda sulla formazione perché lui veda nell’autore una spia di Ancelotti, «mi spiace, ma non ho ancora deciso, aspettiamo l’allenamento». Che in realtà chiarisce ben poco, si vede solo che Zenden, azzoppato da un problema alla caviglia, si muove senza problemi e allora può essere che la fascia sinistra questa sera sia territorio dell’olandese. Poi c’è l’enigma Kewell, l’uomo delle finali. A Istanbul l’australiano rimase in campo 23 minuti, Benitez lo mandò allo sbaraglio nella sorpresa generale (ricorda Gerrard: «quando annunciò la formazione, rimasi di stucco») nonostante fosse fresco di infortunio. La storia si ripete, prima dell’ultima partita con il Charlton, Kewell non aveva mai giocato, anche adesso si porta dietro una serie di guai fisici, ma se chiedi a Benitez lui dice che «è pienamente recuperato». Resta Crouch. Con quei muscoli il grissino non fa nemmeno il solletico all’erba dell’Olimpico, difficile pensare a lui come apriscatole, più facile immaginarlo come arma da scatenare nella tonnara finale. Se ce ne sarà bisogno. Insomma, non si va lontano con le sensazioni. Benitez, però, ne regala una che lascia finalmente il segno: «Ho le stesse di due anni fa». Gli sembra di aver già detto troppo e allora si ferma qui.
Può bastare, lo aspetta il campo. «La stella è il gruppo. Il grande Liverpool dava la caccia al pallone come un branco di lupi»: è una delle sue massime preferite. Ieri non l’ha detta, ma non ha mai smesso di pensarla. Non l’ha fatto sulla pista del bowling. Non lo farà nemmeno stasera.