Benito Mussolini e l’esilio mancato

Strane cose succedono alle frontiere durante le guerre e ancor più quando le guerre finiscono. Chi poteva passarle prima, quando era un'autorità, non può più passarle dopo, quando non ha nulla da barattare col proprio asilo. Come Benito Mussolini, capo della sconfitta Repubblica sociale. Di questa vicenda si parlerà oggi (ore 18.30) nel dialogo - promosso dal consolato svizzero a Milano e dalla Società svizzera, e introdotto dal console generale, David Vogelsanger - fra lo storico Marino Viganò e il giornalista Fernando Mezzetti. Titolo: «Ho risposto che non vado in Svizzera» (Centro svizzero, Sala Meili, via Palestro 2). L'ampio asilo agli stranieri è stato oggetto di recente dibattito proprio al Centro svizzero per il saggio di Jean-Jacques Langendorf Neutrale contro tutti (Edizioni Settecolori, distribuzione Mursia). Il caso Mussolini era però diverso da quello dei militari francesi nel 1940 e dei civili ebrei, soprattutto francesi e italiani, negli anni seguenti.
Gran Bretagna e Stati Uniti volevano processare Mussolini; il Reich alla fine di aprile 1945 era più che vinto: era sostanzialmente debellato. Mussolini quindi - dice Viganò in base a una ricerca di molti anni e moltissime pagine che verrà presto pubblicata - «non pensò di rifugiarsi in Svizzera. Sapeva che a questa frontiera, apertasi un anno prima per la figlia Edda, la moglie Rachele era stata appena respinta. Arrivò a Milano e da qui a Como, infine prese la direzione Menaggio-Dongo per non seguire i tedeschi in ritirata verso il Brennero. Voleva restare nel territorio della Rsi fino alla resa tedesca in Italia, onde essere da essa “sorpreso” e consegnarsi agli angloamericani senza passare per un secondo Badoglio. Ma la sua vita finì il 28 aprile e la resa tedesca decorse dal 2 maggio». Il resto lo saprete andando al Centro svizzero. Finito di costruire - coincidenza - nel dopoguerra coi soldi del debito dell'Italia per i trentamila «rifugiati militari» in Svizzera dal settembre 1943 all'aprile 1945.