Bentornato, "cinquino"

Per la generazione di mezzo degli italiani, la Cinquecento (o il "cinquino") è un pò come Carosello, più ci pensi e più ti commuovi. Altro che Ferrari, alla fine (Montezemolo mi perdoni...) è la mitica piccoletta a due porte la quattroruote italiana più celebre, più della Balilla, tanto per fare un esempio non irriverente. Dopo la Seicento è stato infatti il "cinquino" a fare fare da "nave scuola" agli automobilisti italiani (come un rito di passaggio alla maggiore età...).

Con la Cinquecento si faceva di tutto: casa-bar, casa-lavoro, casa-stadio, casa-camporella. Rimorchia ragazze per eccellenza, la piccola Fiat prima che arrivasse la moda delle maxi-moto (ricordate la Honda 500, il Kawasaki a tre cilindri, la Laverda 750). Altri tempi... Era l'auto-auto: unica, sognata, desiderata, che all'inizio anni Settanta costava attorno a 530mila lirette e che consentiva di andare in giro per una settimana (sempre con la spia della riserva tenuta d'occhio) con pochi soldi: da 500 a 1.000 lire (andate a rivedere quanto costava allora la benzina). Non importa se all'inizio l'utilitaria degli Agnelli aveva le portiere "a vento", se era piccola (tanto si viaggiava lo stesso anche in 5 se la stradale non era in giro...), se il cambio grattava e bisognava imparare l'arte della doppietta, se la messa in moto era a leva e quando si rolmpeva il cavetto erano dolori. Teneva la strada, frenava quanto basta e in salita arrivava dappertutto, anche con la neve (chi la avuta lo sa...).

Ma volete mettere il "rumore" del bicilindrico che non si fermava mai? Il tetto apribile che sembrava uno spoiler? E i guasti? Cacciavite e fil di ferro... E poi c'era la Abarth, che si mitizzasse potesse supera i 120 chilometri all'ora. No, i 130... e dai! Sembrava le discussioni dell'epoca davanti al bar, in piazza, le sere d'estate se fosse megli l'Alfa Gt o la Lancia Hf... Auto vere, quelle, corsaiole e supervincenti. Alla nostra 500 bastavano i 95 all'ora a tavoletta per quella di serie. Che non era quasi mai di serie. Per principio. Ricordate le versioni "personalizzate", la L con i fendinebbia, magari gialli? E la Giardiniera da lavoro e da gita al mare, ai laghi o ai monti moglie, suocera, figli, ombrellone, cane e pic nic inclusi?

Poi c'erano le versioni "sportive". Con il cofano posteriore semiaperto per evitare che il motore "truccato" (pardon "elaborato") arrostisse, e il gancio in gomma nera stile auto da rally che bloccava il cofano anteriore (nemmeno fosse una "rossa" di Maranello). A volta bastava qualche striscia di scotch colorata a renderla più cattiva. E volete mettere il cane con la testa che ballava sul cruscotto, o il mangianastri a 45 giri sotto il cruscotto? Miti di una generazione (anche automobilistica, dell'Italietta che fu, quella del boom e post-boom economico, dell'eterno scontro Dd-Pci). Di Canzonissima e del Piper di Patty Pravo, di Mina e Gino Paoli, dei primi complessi di "capelloni" e dei cantautori arrabbiati. La vera "auto del popolo", per tutti.

Che cinquant'anni dopo ritorna sulle strade. Ancora Cinquecento. Certo, non sarà mai "quella", anche perché tra chi la guiderà di nuovo, molti non avranno più l'età del "debutto" (magari in tasca hanno ancora - come chi scrive - la patente con la foto di allora...). Ma resta l'amarcord e il mito di un'auto irripetibile. E allora, bentornato "cinquino".