Bentornato Lupin cattiva coscienza della Belle Époque

Ricompare il primo romanzo in cui Maurice Leblanc nel 1905 tenne a battesimo il celebre ladro gentiluomo. Fu l’inizio della sua fortuna ma anche della sua ossessione

In Giappone gli è capitato pure di diventare l’eroe di un manga. Destino bizzarro per Arsène Lupin, il ladro gentiluomo: personaggio così squisitamente francese, così legato ai castelli della Normandia o alle case patrizie della Parigi fin-de-siécle. La prime copertine dei suoi libri ce lo mostrano con il cappello a cilindro e il monocolo, perfetto dandy da Belle Époque. Anche se, in verità, Lupin era così trasformista che neppure il suo autore sapeva descriverlo: «Il suo ritratto? Come potrei farlo? Venti volte ho visto Arsène Lupin e venti volte mi è apparsa una persona differente. O meglio la stessa persona delle quali venti specchi mi hanno rimandato altrettante immagini deformate». Così scriveva Maurice Leblanc nel libro che tenne a battesimo la figura di Lupin, apparso in Francia nel 1905. Si intitolava Arsène Lupin, ladro gentiluomo: ormai introvabile, viene ora ripubblicato in Italia da Einaudi (pagg. 188, euro 9.80). Ed è un’occasione per riscoprire al tempo stesso uno scrittore non privo di talento e un personaggio che è diventato un mito persino nel Giappone dei manga.
Maurice Leblanc sognava di diventare come Flaubert. O, meglio ancora, come Maupassant. Invece la fortuna gli arrise per quei romanzetti gialli di cui un poco forse si vergognava. Nato a Rouen nel 1861, nel 1905 aveva già pubblicato diversi romanzi, passati tutti inosservati. Di Rouen era anche Flaubert. E Leblanc raccontava che sì, lo aveva conosciuto, e vantava i preziosi consigli e i complimenti ricevuti dall’autore di Madame Bovary. In verità di Flaubert aveva avuto notizie solo indirette. Giusto perché il fratello medico dello scrittore una volta aveva fatto partorire sua mamma. E perché un cugino di terzo grado di Flaubert aveva sposato una prozia di Leblanc. Ma Leblanc amava sognare. Si diceva un protetto anche di Maupassant, che era il suo grande idolo. Ma forse lo intravide appena qualche volta. Come quella volta in cui Maupassant venne a Rouen con Zola, per inaugurare un busto di Flaubert. E Leblanc prese lo stesso treno di notte che riportava i grandi scrittori a Parigi, nella speranza di conoscerli. Ma Maupassant ha mal di testa, Zola accusa dolori di stomaco: il grande incontro non si potrà fare.
È dunque da uno scrittore disilluso che nasce nel 1905 la figura di Arsène Lupin. E subito intercetta, come per magia, gli umori e i favori del pubblico parigino. La Belle Époque è al suo apice. La Francia sembra vivere un momento di felicità destinato a durare per sempre. Parigi è la città del Moulin Rouge e delle Folies Bérgère. Si balla il can-can, la Bella Otero si mostrava in tutta la sua grazia provocante, Sarah Bernhard gareggiava con Eleonora Duse sui palcoscenici dei teatri. Ma il 1905 è anche l’anno in cui a Parigi si inaugura la prima mostra dei Fauves, squillo di tromba che preannuncia il secolo delle avanguardie artistiche. E qualche scricchiolio inizia a incrinare l’architettura dell’Europa: sempre nel 1905, mentre Lupin compie le sue prime imprese, a San Pietroburgo i cannoni della corazzata Potëmkin fanno risuonare il preludio della Rivoluzione. Il ladro gentiluomo, in qualche misura, sembra celebrare ma al tempo stesso irridere la società della Belle Époque, che è anche la società dei grandi banchieri, come i Rothschild, delle grandi ricchezze rapidamente accumulate e impudicamente esibite. Il gentiluomo che scassina le cassaforti con i guanti bianchi, che preannuncia i suoi furti inviando biglietti vergati con elegante cortesia, e non manca mai di essere galante con una dama, si insinua come un piccolo tarlo nel cuore del bel mondo elegante e gaudente.
Lupin è, tutto sommato, un anarchico individualista. E all’epoca, del resto, gli anarchici, quelli veri, si vestivano un po’ come lui, da dandy sprezzanti e indifferenti, con cappello a cilindro e bastone da passeggio. Le sue imprese sono descritte come «una lotta contro la società». Il suo trasformismo come un rifiuto dell’ovvietà borghese: «Perché dovrei avere un aspetto definitivo? Perché non si dovrebbe evitare il pericolo di una personalità sempre identica?». Dice uno dei giudici che processa Lupin (ma in realtà sul banco degli imputati non c’è Lupin, che è già evaso, lasciando al suo posto un vecchio mendicante rimbambito): «Non avete un passato. Non sappiamo chi siete, da dove venite, dove avete trascorso la vostra infanzia, insomma, niente. Siete saltato fuori all’improvviso tre anni fa, non si sa bene da quale ambiente, per divenire subito famoso come Arsène Lupin, vale a dire un bizzarro miscuglio di intelligenza e di perversione, d’immoralità e di generosità».
Lupin ha presto un successo clamoroso. Il primo film che lo riguarda appare già nel 1913 e vede il ladro affrontare il suo eterno rivale, l’ispettore Ganimard. Alla fine, tra romanzi e racconti, Leblanc dovrà sfornare ben 54 episodi della saga del ladro gentiluomo, quasi fino alla sua morte, avvenuta nel 1941, nella Francia già occupata dai nazisti. Rivelandosi, al di là dei suoi sogni di gloria, uno scrittore comunque non spregevole. Come mostra già il primo racconto della serie, L’arresto di Arsène Lupin, scandito da un’originale invenzione letteraria, che altri poi copieranno: il colpevole qui è il narratore. Ma anche in questa prima avventura la cornice prevede comunque che sia Leblanc stesso a narrare le imprese di Lupin. Parlando del suo eroe come se parlasse di un vecchio amico. Un vecchio amico o, forse, un antico, ostinato nemico. Perché alla fine il ladro gentiluomo quasi si mangerà l’anima di Leblanc, l’onesto scrittore di Rouen che sognava la gloria di un Maupassant. Diventerà una tale ossessione che Leblanc finirà addirittura col firmare i registri degli ospiti, nei ristoranti che frequentava, con il nome di Arsène Lupin: «Lupin mi segue dappertutto. Non è la mia ombra: io sono la sua ombra. È lui che si siede a questo tavolo quando io scrivo. È a lui che io obbedisco».