Bentornato Rollins, a Milano ecco il colosso del sax

MilanoPer il mondo della musica, Sonny Rollins è Saxophone Colossus: così si intitola un suo disco stupendo del 1966, poi ristampato in cd. L'illustre solista torna a Milano domani sera, dopo 17 anni di assenza dal capoluogo lombardo, per inaugurare al Teatro Dal Verme la venticinquesima stagione di Aperitivo in Concerto. Con lui suonano Clifton Anderson trombone, Bobby Brown chitarra, Bob Cranshaw basso elettrico, Kobie Watkins batteria e Victor See Yuen percussioni. È un autentico evento musicale che in Italia si replicherà soltanto all'Auditorium Parco della Musica di Roma, il prossimo 11 novembre.
Rollins, 79 anni compiuti nello scorso settembre, è uno dei pochi grandi sopravvissuti dell'età d'oro del jazz americano. A memoria si citano il pianista Hank Jones, addirittura novantenne, i sassofonisti Lee Konitz e Ornette Coleman, il batterista Roy Haynes e il pianista Ahmad Jamal. Ma Rollins si distingue per la sensazione di potenza che comunica sempre, per la sonorità turgida e vigorosa riconoscibile fra quella di tutti gli altri sassofonisti, e per il fraseggio torrenziale unito all'evidente desiderio di continuare all'infinito. Lo sanno bene i musicisti che hanno suonato o suonano con lui, in particolare il bravo Clifton Anderson, rassegnato in ogni concerto a lasciarsi rubare la scena.
Malgrado l'età avanzata di Rollins e lo strumento a fiato logorante, si prevedono altri due trionfi, dal momento dell'entrata in scena ai bis (che non sempre concede). È accaduto lo stesso nei suoi concerti all'Umbria Jazz dell'estate 2007 e 2008, perfino nel primo quando è apparso un po' sotto tono - ma ugualmente convincente - mentre nel secondo ha ritrovato l'energia irresistibile dei giorni migliori. Parlare con lui è molto istruttivo. Se è di buonumore non si fa pregare, e smentisce subito con la gentilezza del tratto l'impressione altera ed egocentrica - e per certi periodi del passato, anche un tantino inaffidabile - che trasmette a prima vista. È consapevole che il capolavoro assoluto della sua lunga carriera è contenuto nel cd dal vivo The Solo Album della Milestone. Si tratta di un'ora di improvvisazione solitaria che offrì il 19 luglio 1985 agli attoniti e fortunati spettatori pigiati nel cortile del Museum of Modern Art di New York.
Oggi Rollins si affretta a dichiarare che forse non lo saprebbe più fare: «Per un sassofonista, suonare da solo è anche una sfida fisica. Allora era importante sul piano inventivo e storico, ora lo è di meno. Per me era un fatto naturale. Da ragazzo lo praticavo per ore di seguito, come se dentro di me avessi avuto l'accompagnamento di un contrabbasso e di una batteria. Ma adesso, alla mia età...». Non credetegli. Basti pensare a certe sue introduzioni solistiche di venti minuti e oltre che non mancano mai nei suoi concerti, oggi come ieri. Poi, ecco la sorpresa. Rollins ha fede nella reincarnazione e ne trae un motivo consolatorio. Fissa un punto lontano e dice: «Ritroverò mia moglie Lucille che è mancata due anni fa, e tanti amici. Soprattutto il mio coetaneo Clifford Brown, trombettista incantevole, un fratello con cui ho collaborato fino a pochi mesi prima di Saxophone Colossus, quando lui morì a meno di 26 anni in un incidente automobilistico». È questo il vero Rollins, vale la pena di conoscerlo.