Benvenuti, dal cabaret a «Costruttore d’Imperi»

L’opera di Boris Vian diventa occasione per parlare dell’uomo

Matteo Failla

Non è poi così frequente trovare nel panorama teatrale italiano nomi noti come quello di Alessandro Benvenuti che si prestano a produrre ed interpretare un testo come I Costruttori di Imperi di Boris Vian; non solo per la particolarità del testo, non solo per l’ardita scelta di mettere in comunicazione il teatro tradizionale con quello d’innovazione, ma soprattutto perché ormai è molto più semplice puntare su titoli di successo piuttosto che sperimentare in questo modo, «con orgoglio» come afferma lo stesso Benvenuti.
In questa scelta Benvenuti non è affatto solo, e ad accompagnarlo sul palco del Teatro Filodrammatici troverà, fino al prossimo 26 febbraio, Francesca Mazza, Valentina Capone, Enzo Pezzella, ma anche Alfonso Postiglione e Gianni Pellegrino, diretti dal regista Davide Iodice. Saranno loro la famiglia Dupont, costretta ad una continua fuga verso i piani alti di una illusoria casa a causa di un “rumore” stridente e lugubre. Ad ogni piano i Dupont prendono possesso di un nuovo misero alloggio, dimenticando in quello precedente qualcosa della propria vita.
L’atmosfera beckettiana, nei Costruttori di Imperi, si tramuta dall’attesa di Aspettando Godot alla fuga dei Dupont messa in scena da Vian: quale delle due posizioni si addice di più alla società moderna?
«Come tutti i grandi autori che riescono a scrivere pagine immortali per spirito d’attualità - spiega Alessandro Benvenuti - entrambi hanno centrato due dinamiche assolutamente moderne. Pensiamo all’uomo e alla sua continua attesa: per prima cosa aspetta la morte, ma intanto attende anche altre cose come l’amore, un figlio, una vacanza o una persona cara. Ma un discorso assolutamente pertinente lo si può fare anche con l’uomo in fuga. L’umanità scappa dalla noia, dalla fatica, dalle cose tristi, e vista nell’ottica dello spettacolo l’uomo, in questo caso la famiglia Dupont, fugge da un rumore, che non è altro che tutto ciò che non si capisce e ci terrorizza. Cosa c’è di più attuale? Viviamo in un nuovo secolo del terrorismo. È uno testo assolutamente lungimirante quello di Vian; l’ho scelto per questo, ma anche per proporre uno spettacolo diverso che non appartenesse alla solita proposta teatrale».
E la scelta è stata premiata?
«Purtroppo per questo nuovo spettacolo si parla solo di 17 repliche in un anno, e questa è quasi una sconfitta. Rimanere nel teatro tradizionale certo dà più garanzie, a seconda di quanto ci si vuole prostituire; ma un artista non dovrebbe essere solo un intrattenitore, ma anche un propositore di qualcosa che faccia dibattere: bisognerebbe dar voce anche ad altri tipi di teatro per non disabituare il pubblico che spesso, lo si vede chiaramente, cerca qualcosa di diverso dal teatro commerciale».
Nel suo «Costruttori di Imperi» l’ironia surreale del testo rende ancor più tragica la situazione?
«La sdrammatizzazione è un contentino che Vian, che era anche cabarettista, dà ogni tanto al pubblico con qualche soluzione linguistica ad hoc, ma non si può parlare di linguaggio comico. Non c’è una vera risata che possa nascere su una considerazione filosofica esistenziale che ha a che fare con il dramma. È stata la bravura del regista Davide Iodice a rendere possibile l’ottima messa in scena di questo testo che, se vogliamo dirla tutta, nella sue versione originale non è un capolavoro di scrittura».