Benvenuti nel condominio più ricco del mondo

È il palazzo al 740 di Park Avenue a New York: la somma dei redditi degli inquilini è la più alta del pianeta

Silvia Kramar

da New York

La palazzina si erge, splendida e silenziosa, all'angolo tra la Park Avenue e la Settantunesima Strada, nel cuore dell’Upper East Side newyorkese. Appartiene a lei, a questa colossale casa costruita nel 1930, l'indirizzo più esclusivo di Manhattan: costruita da James Lee, il nonno di Jacqueline Kennedy, non ha mai smesso di ospitare i discendenti del Mayflower e i borsisti di Wall Street, gli sceicchi arabi e gli eredi delle grandi fortune americane. E adesso il giornalista Michael Gross, nel suo libro intitolato, appunto, 740 Park Avenue ne ha finalmente svelato i retroscena, in una via di mezzo tra Sherlock Holmes, Jane Austen ed Edith Warton. Dal primo ha rubato le sottili tecniche investigative per carpire i nomi segreti di chi ha vissuto per più di settant'anni dietro le porte di questi appartamenti: nomi anonimi e numeri di telefono privati. Ma Gross si è recato alla Historical Society, il museo sulla storia di New York alle spalle del parco, e ha sfogliato attentamente i vecchi elenchi stradali. Scoprendo che in quella palazzina, di volta in volta, erano vissuti i vecchi wasp anglosassoni come i Vanderbuilt, i Rockefeller, i Chrysler, il Duca di Windsor e la famiglia dei Bouvier. Poi, nel 1949, il primo ebreo era riuscito ad acquistare un appartamento in questa torre d'avorio abitata dal più esclusivo pedigree protestante americano: ma si era dovuto spacciare per un cristiano della chiesa Episcopale e aveva sfoderato la sua scuderia di cavalli del polo. Erano gli anni in cui, ancora, gli inquilini della palazzina elencavano tra le loro «proprietà» un autista nero di nome Edwin. Negli anni Settanta finalmente, grazie all'avvicinarsi della bancarotta del mercato immobiliare, il board della palazzina aveva cominciato a «chiudere un occhio» e accettare i nuovi plutocrati di una New York che stava sfornando i primi grandi miliardari ebrei. «I tuoi antenati erano arrivati col Mayflower?» scherzava qualcuno, «I miei vengono col Concorde».
«I soldi degli inquilini - come scrive Gross - da old money erano diventati soldi del petrolio, soldi nuovi, soldi presi in prestito e soldi degli altri». All'elenco dei citofoni si erano aggiunti i nomi di Keith Barish, Saul Steinberg, Ronald Perelman, gli Schwarzman e i coniugi David e Julia Koch. Che vivevano accanto alla principessa saudita Nawwaf bin Abd al-Aziz, col suo andirivieni di splendide amiche ammiratissime da Spiros Niarchos e da un dittatore o due, che a questo prestigioso indirizzo, di volta in volta, avevano tenuto il loro pied-à-terre newyorkese. C'era poi un «re delle banane» ecuadoriano, una madame del jet-set newyorkese famosa per le sue feste con le ballerine di flamenco e un consigliere di Nixon il quale, appena sentiva la parola Watergate in ascensore, scoppiava in un tremendo tic nervoso.
Le leggende della palazzina - che possiede due ingressi e quindi due indirizzi, 740 Park Avenue e 71 East Settantunesima - sono classiche dell'ambiente dei super ricchi di questa grande metropoli: quella di un palestinese assassinato dalla sua terza moglie e quella dell'erede della famiglia Friendly, propietaria di una delle più grandi catene di gelaterie americane, che per anni aveva vissuto nello stesso appartamento con sua moglie ed il suo giovane amante gay. Quelle sulle furibonde liti tra i coniugi Rockefeller, che riecheggiavano nei corridoi, mentre discutevano su quale parete appendere i Botticelli, i Veneziano e i due Duccio. E quella su una splendida sedia di Chippendale sfasciata da una coppia durante un litigio e finita nella spazzatura condominiale.