Beppino non è né un boia né un eroe

Sembra diventato obbligatorio: in qualunque storia, bisogna schierarsi nettamente da una parte o dall’altra. Anche con Beppino Englaro: è boia o è eroe? Vota al televoto: da che parte stai? Ebbene, dovendone parlare, meglio chiarire subito la personalissima posizione: non sto. Ho conosciuto il papà di Eluana negli ultimi anni della sua cocciuta battaglia, ci siamo parlati e ci siamo rispettati, nonostante lui sia per staccare il sondino e io non sia per staccare mai niente, fidandomi tendenzialmente più di qualcuno onnipotente che di un misero essere umano, benché laureato, documentato e in camice bianco.

Detto questo, persino adesso che tutto s’è compiuto, non riesco a considerare Beppino boia o eroe. Semplicemente, continuo a pensarlo come un uomo: con tutte le grandezze e tutte le fragilità di un uomo, capacissimo in buona fede di compiere anche errori colossali. Ma sia chiaro: di questi eventuali errori non deve rispondere a me, né tanto meno ai talebani che gli hanno scritto sui muri «Beppino boia» nel momento più tragico della sua vita. Caso mai, dovrà spiegarsi a lungo con la propria coscienza. E magari più avanti con il Dio che nega, se e quando sarà chiamato a giudizio.
Sì, Beppino Englaro nega Dio. È ateo, non l’ha mai nascosto. Ma non mi pare che questa sia una colpa. È se mai una chiave di lettura per tutta la pesante vicenda di Eluana. Pochi ne hanno tenuto conto in queste ultime settimane, infervorati com’erano a sparare giudizi e a rifilare etichette. Purtroppo, per Beppino la vita finisce qui: su questa Terra, sotto un metro di terra. Partendo da questo presupposto, diventa meno difficile comprendere la sua lucida determinazione: date certe convinzioni, Eluana è un essere finito già da lungo tempo, avendo prematuramente esaurito contro un palo, in una lontana notte del gennaio 1992, il proprio passaggio nella casualità dell’universo. Non c’era altro da aspettarsi, in seguito: per Beppino, bisognava soltanto fare in modo che l’inutilità dell’esistenza vegetale finisse al più presto, liberando Eluana da una catena opprimente, senza il minimo senso.

Una follia? Una follia per chi ha fede. Una logica ferrea per chi non crede. Sarebbe fondamentale che un serio Parlamento trovasse il difficile punto di equilibrio, prima o poi, se davvero non si vuole che Eluana sia morta invano. Nell’attesa dell’evento, riconosciamolo lealmente: il dopo-Eluana tornerà presto ad essere un problema schiacciante ancora e soprattutto per lui, questo padre in bilico tra l’eroe e il boia. Hanno già previsto e scritto che adesso sarà assalito da un feroce senso di vuoto, come quando i marines americani tornavano dal Vietnam e non avevano più scopi per sopravvivere. Lui stesso non ha esitato a riconoscerlo, ma la prospettiva della propria sofferenza non l’ha spaventato, in nome di una missione superiore: «Certo che soffrirò, ma cosa c’entra?».
La verità è che il senso di vuoto non lo schiaccerà subito, adesso. Non se lo può permettere. «Liberata» e sepolta la sua ragazza, è atteso immediatamente a una seconda prova. Sempre estrema, sempre in casa. Sempre nello scrigno segreto dei propri sentimenti. Oltre Eluana, c’è Saturna. Cioè la moglie che a sua volta sta combattendo da anni la battaglia del cancro. Non c’è tempo per ascoltare il vuoto: Beppino è chiamato a ricominciare da capo. Dio non voglia che si ritrovi ad affrontare nuovamente la terrificante scelta tra cura e accanimento, tra vita vera e vita apparente, tra vita cosciente e vita inutile...

Di fronte a quello che ha passato, di fronte a quello che passerà, sarebbe quanto meno il caso di concedergli un poco di sincera compassione. In troppi, finora, l’hanno investito di sole censure. Hanno preteso da lui l’impossibile, nelle sue condizioni: lucidità di pensiero, termini misurati, atteggiamenti equilibrati. Gli hanno chiesto persino la simpatia, come se la storia di Eluana potesse diventare diversa a seconda della simpatia o dell’antipatia del padre.
Allora, mettiamola così: per quanto antipatico, provocatore, arrogante, invadente e senzadio lo si possa considerare, quest’uomo ha sulle spalle un peso immane. Fino a 17 anni fa, era un tranquillo funzionario d’industria, credeva negli ideali antichi di un sano socialismo, amava perdutamente sua moglie e sua figlia. Non aveva niente di meglio da chiedere al cielo. In una gelida notte di gennaio, l’universo gli è precipitato addosso. La sua bambina si è spenta nel coma, la sua donna ha cominciato a morire. Niente, nella sua casa, è stato più lo stesso. Tutto si è tramutato in sofferenza. Senza speranza, senza possibilità di scampo.

Davvero c’è qualcuno che può chiedere a quest’uomo d’essere simpatico, amabile, equilibrato? Cerchiamo di essere seri. Sbagliata che fosse in natura, Beppino Englaro ha combattuto la battaglia considerata giusta nella propria coscienza. Toccava ad altri, se proprio ritenevano così decisiva la questione, levargli la questione dalle mani. Prima, molto prima di questa tragica zona Cesarini friulana. Dov’eravamo, cattolici e devoti, in questi 17 anni, mentre Beppino Englaro affilava le sue lame da «boia»? Perché non partorire in tempo utile, senza insulti e isterismi, una buona legge, degna di questa nostra incontenibile sensibilità umana?

Adesso sappiamo solo pronosticare che Beppino sarà assalito dai morsi dei rimorsi. Molti sembrano già pregustare il momento, come una nemesi crudele. Eppure avremmo tutti un buon motivo per non scagliare la prima pietra, in questa storia penosa. Il papà di Eluana ha sbagliato pesantemente, ma ha combattuto da uomo, in buona fede, giocandosi tutto quel che gli restava. In 17 anni, gli va riconosciuto, non ha mai aperto la bancarella dei propri guai sul volgare mercato delle lacrime televisive, facendone come tanti una piccola azienda familiare a scopo di lucro. In tutti questi 17 anni ha portato fuori di casa soltanto una merce molto rara: la dignità. Certo, davanti alla salma di Eluana, non è il caso di beatificarlo. Ma prima di lapidarlo, poniamoci almeno una semplicissima domanda: davvero nella stessa situazione avremmo fatto di meglio?