Beppino non può imporci questa morte

Si può essere laici, favorevoli all'autodeterminazione in materia di fine vita, probabili futuri sottoscrittori di un testamento biologico, quando sarà consentito, e proclamarsi assolutamente, fermamente contrari a quanto si sta facendo a Eluana Englaro? Si può essere stati idealmente al fianco di Piergiorgio Welby nella sua battaglia per mettere fine alla propria esistenza ed essere angosciati perché stanno togliendo la vita alla ragazza di Lecco? Si può uscire dal coro pre-giudiziale che scatta automatico non appena si parla di qualche caso che può vagamente essere ricompreso sotto la parola eutanasia (mettendo in un unico cesto mondi infinitamente distanti) anche se con quei coristi in altre circostanze si è stati d'accordo? Si può non credere affatto che Eluana possa recuperare un giorno dallo stato in cui si trova eppure battersi perché la si torni a nutrire? Ci si può dichiarare non credenti ed essere ugualmente terrorizzati per quanto sta avvenendo in quella stanza della casa di riposo di Udine, non tanto o non solo per il modo, ma proprio per il fatto in sé?
Forse sì. Forse si può provare a spiegare che, quando si dice: «Lei non vorrebbe vivere così», si lascia intendere una cosa che, nello stesso tempo, si nega per poter materialmente dar corso alla «sentenza». Si presuppone cioè che Eluana sia dotata di una coscienza che urla: «Liberatemi!» dall'interno del corpo inerte di cui è prigioniera; per poi invece dire che «è un vegetale», che «in realtà è morta 17 anni fa» e che perciò quanto si sta compiendo non può in alcun modo essere classificato come omicidio. Ovviamente Eluana non è morta 17 anni fa. E, nello stesso tempo, non ci sta implorando di sopprimerla. È entrata in uno stato «altro» di cui poco sappiamo, ma che apparentemente non le causa sofferenza né fisica né psicologica. Non è Welby che reclamava il suo diritto a concludere un'esistenza che, a suo insindacabile giudizio, non era più degna di essere vissuta. Eluana non chiede nulla e quindi non è per sua volontà che viene lasciata morire, ma per volontà altrui. Non è per far cessare i suoi tormenti, ma quelli di chi le è intorno. E questo, se permettete, cambia tutta la prospettiva.
Si obietta: ma lei che non avrebbe mai voluto vivere così l'ha detto davvero, quando era perfettamente cosciente. E qui arriviamo al cuore del problema. Eluana lo avrebbe affermato a 18 anni, mentre si trovava in uno stato emotivo particolarissimo: davanti a un amico in coma. Si può considerare un'esclamazione fatta in queste circostanze e poi, certo, anche ripetuta (una frase che molti di noi avranno pronunciato chissà quante volte) alla stregua di un meditato lascito testamentario che può decidere della propria vita e della propria morte? No, secondo buon senso. Sì secondo i magistrati della Corte d'Appello di Milano, dopo che altri collegi giudicanti si erano più volte espressi in modo contrario.
Così, nel freddo laboratorio di un tribunale, su basi puramente indiziarie e con considerazioni generiche come «il forte senso di indipendenza della ragazza amante della libertà e della vita dinamica» (perché, se invece era pigra e poco indipendente cambiava tutto...) si è preteso di ricostruire, a 17 anni di distanza, quale sarebbe la volontà attuale di una persona. Da brividi. E, soprattutto, un precedente pericolosissimo. Avete un anziano zio malato di Alzheimer che occupa un appartamento che vi fa gola? Basterà trovare il tribunale giusto e una manciata di testimoni che ricorderanno come e qualmente, in più occasioni, al bar e in salotto, il vecchio, quando ancora la malattia non si era manifestata, aveva solennemente dichiarato: «Se mi riduco come quel tale, mi raccomando: una bella iniezione e via!».
Estremizzo, naturalmente. Ma è spingendo le situazioni alle loro ultime conseguenze che ne si comprende fino in fondo la portata.
Il fatto è che la Corte d'Appello di Milano ha surrettiziamente introdotto nel nostro ordinamento un principio potenzialmente eugenetico. La controprova? Non esiste alcun disegno di legge sul fine vita presentato in Parlamento (neanche il più radicale, neanche quello dei radicali) che, se fosse attualmente in vigore, permetterebbe di «terminare» Eluana. È ipocrita sostenere che i giudici hanno semplicemente colmato un vuoto normativo. Sono andati molto oltre. È vero invece che, se ci fosse una legge, questo «caso» non esisterebbe, nel senso che non si sarebbe proprio potuto porre.
Purtroppo, nella sua unicità, il dramma degli Englaro sfugge a qualsiasi pretesa legislativa. Poteva forse essere risolto nel silenzio, come pare avvenga 18mila volte l'anno in tutti gli ospedali italiani. Papà Beppino avrebbe avuto la nostra umana comprensione. Ma lui ha voluto la pubblica legittimazione. Ha preteso che lo Stato, cioè noi, gli dicesse che questo era l'unico modo di agire. Quello giusto. Ci dispiace ma, seppure straziati, questo non lo possiamo fare.