Bergamini non si è suicidato I Ris: «Fu investito da morto»

CosenzaEra già morto Donato «Denis» Bergamini, quando venne schiacciato da un camion sulla strada statale 106 jonica, ventitrè anni fa. Sembrava un suicidio, invece non lo è. Lo ha stabilito un rapporto dei carabinieri dei Ris di Messina, dopo aver effettuato una serie di indagini ulteriori su richiesta della Procura di Castrovillari. L’esame dei poveri resti del calciatore rivela adesso una verità sconvolgente: Denis probabilmente è stato ucciso.
Quel giorno, il 18 novembre 1989, era un sabato pomeriggio. Come succedeva puntualmente alla vigilia di ogni partita, il Cosenza, la squadra di bergamini che allora militava in serie B, è in ritiro, presso l’Hotel Agip di Rende. Nel pomeriggio, tutti i giocatori della squadra al completo vanno al cinema, per vedere un film. Tra loro c’è anche Denis. Intorno alle 16 però si allontana, va a casa della sua ex ragazza, Isabella, e con lei in auto si dirige verso Taranto. A Isabella, durante il tragitto, racconta, così dice lei, di voler fuggire dall’Italia. Ma sul corpo del calciatore verranno trovati pochi spiccioli e un assegno, lo stipendio, di quasi 9 milioni del Cosenza.
Intorno alle 20 Isabella chiama l’hotel che ospita il ritiro della squadra, è lei a comunicare all’allenatore Gigi Simoni, e al direttore sportivo Roberto Ranzani che Denis è morto. Schiacciato da un camion lungo la strada statale 106, all’altezza di Roseto Capo Spulico. Suicidio, giura Isabella. É sceso dalla Maserati biturbo, racconta, e si è lanciato a pesce sotto un camion.
Il giorno dopo in Calabria, arrivano i genitori e al padre, che chiama in ospedale per sapere dove sono finiti i vestiti del figlio, un infermiere risponde: «Sono in un sacco da portare all’inceneritore». Papà Bergamini allora chiede di ritirarli di persona, ma la risposta è sconcertante: «No, no mi sono sbagliato i vestiti non ci sono, non ci sono...». Molti anni dopo nel libro di Carlo Petrini «Il Calciatore suicidato» Michele Padovano, suo compagno di squadra, racconta come sul pullman del Cosenza i giocatori tirassero a sorte per avere i vestiti di Bergamini. Alcuni oggetti che Denis indossava al momento della morte sono stati invece gelosamente custoditi dai familiari fino al giorno in cui sono stati consegnati alla Scientifica dei carabinieri. Per il Ris, secondo le indiscrezioni trapelate, è impossibile che scarpe, orologio e catenina di Bergamini non abbiano riportato alcun danno nel trascinamento del corpo sotto le ruote di un mezzo pesante svariate tonnellate. Non solo. Il giorno della morte di Bergamini pioveva e, secondo i verbali dell’epoca, il calciatore camminò sul terreno fangoso prima di morire. Ma terriccio, sulle scarpe, non sarebbe stato trovato.
I tanti dubbi sono rappresentati dal racconto di Isabella, ma anche dell’autista del camion che ai carabinieri disse: «Dopo aver sentito il botto e aver proseguito la mia corsa per cinquanta metri ho fatto marcia indietro per vedere cos’era successo». Quindi dato che il corpo del ragazzo, come spiega il rapporto dei carabinieri, è stato trovato davanti al camion, lo stesso mezzo è passato per ben due volte sul corpo del giocatore. A confutare questa ricostruzione ci sono poi le ferite sul calciatore, che per i Ris sarebbero state inferte con il corpo già sdraiato a terra. Anche per l’autopsia «la morte è avvenuta per dissanguamento della vena aorta. Segni di graffi o di schiacciamento e di ossa rotte nel cadavere non ne risultano».
Se è vero che Bergamini era già morto quando fu investito si aprono una serie di inquietanti interrogativi. Chi e perchè allora poteva volere la morte di Denis Bergamini? In questi anni sono state fatte tante illazioni. Una parla di Bergamini ucciso perchè aveva scoperto un traffico di droga. Un’altra lega la sua morte a motivi passionali. Al momento solo ipotesi. Sarà compito della Procura, adesso, rispondere a quelle domande.