BERGER Al centro dell’amore

Affetti profondi ed erotismo dominano romanzi e racconti dell’ottantenne autore inglese

«Quando uno ha fame - diceva Isaac Bashevis Singer - non si interessa alla biografia del fornaio». Così, non sono andato a Quincy, non ho bussato alla porta di John Berger, geniale maestro della letteratura europea che trent’anni orsono decise di ritirarsi in questo villaggio sulle Alpi savoiarde. Non l’ho conosciuto. Non ho conversato con lui a proposito dei suoi romanzi, dei suoi racconti e saggi di critica d’arte. Non ho sbirciato i segni dell’età - è nato nel 1926, a Londra - sul suo volto. Su di lui non ho raccolto manie né vezzi, nessuna rivelazione amorosa o politica, nessun pettegolezzo biografico. Nessuna novità. Eccetto che il prossimo settembre Bollati Boringhieri uscirà con il romanzo: Lillà e bandiera (pagg. 176). Nell’attesa, sono entrato in libreria e ho comprato del pane.
Festa di nozze (Il Saggiatore) inizia in un mercato di Atene dove un uomo acquista per la figlia sieropositiva una tamata, una tavoletta votiva, da un vecchio venditore cieco che sarà il narratore della storia. Ninon - questo il nome della giovane «che non può guarire» - si trova in Italia sulle tracce delle radici paterne quando incontra Gino. La loro sorte sentimentale parrebbe segnata, e le parole di Ninon sono di separazione: «Se vieni abbastanza vicino a me una, due o cento volte e, supponendo che io ti ami, morirai. Non se usi un preservativo, dicono. Con un preservativo si mette del lattice di gomma tra te e la tua morte e lattice di gomma tra te e me». Ma l’amore, nei romanzi di Berger, è sempre «possibile»: bisogna soltanto arrendersi davanti a esso. Gino e Ninon si sposeranno dopo essere stati raggiunti dai genitori di lei, Jean e Zdena, un militante comunista appassionato di viaggi in motocicletta e una esule cecoslovacca. La festa di nozze avverrà a Gorino, villaggio sospeso tra acqua e cielo al delta del Po. «Gino guarda negli occhi Ninon e le dice: Possiamo farcela, senza neanche menzionare la felicità, vero? Lei esita un attimo, poi lo bacia sulla bocca, mentre lacrime di gioia le rotolano dagli occhi. Che cosa faremo davanti all’eternità? Ce la prenderemo comoda». Il giudizio di Michael Ondaatje su Festa di nozze rimane ancora il migliore: «Un romanzo grande e tenero, un vortice di emozioni condivise con tale commozione e pietà da sconfiggere quasi il destino e la morte. Dovunque andrò so per certo che porterò questo libro con me».
G. (Il Saggiatore) è un romanzo a episodi che assomiglia alle onde sull’acqua dopo aver tirato un sasso: questo sasso, questo centro, non è altro che il desiderio maschile. Da lì inizia tutto, lì tutto è compreso, anche la risposta femminile. Di padre livornese e madre emancipata, ricca e libera, G. (tra i Don Giovanni letterari più credibili e convincenti) «vive l’esperienza dell’orgasmo come se fosse simultanea ad ogni altra». Ciò che avviene tra un orgasmo e l’altro, fra una donna e l’altra, «circonda questo momento estraneo allo spazio temporale come una circonferenza cinge il cerchio in essa contenuto». G. si sposterà da un capo all’altro d’Europa attraversando avvenimenti storici che troveranno il proprio picco di tensione a Trieste, sulle soglie della Grande guerra: lì G. morirà, in una scena di piazza descritta con sapiente montaggio cinematografico dove, ancora una volta, tra i fotogrammi della morte e del destino, riappare, indomito, il motivo sessuale.
Modi di vedere (Bollati Boringhieri), Questione di sguardi (Il Saggiatore) e Sacche di resistenza (Giano) sono tre dei libri più apertamente «impegnati» di Berger, che riesce, pure scrivendo di arte, di linguaggio iconico o pubblicitario, ad aggiungere all’argomento una tensione morale e una presa di posizione che sono la cifra del suo stile quanto del suo essere uomo politicamente attivo.
In Fotocopie (Bollati Boringhieri) e E i nostri volti, amore mio, leggeri come foto (L’ancora del Mediterraneo), fin dai titoli Berger fotografa, dipinge, fotocopia, e salva. Che cosa? Una conversazione occasionale, un pranzo, un incontro, la particolare luce su una certa strada d’Europa. Dettagli minimi posti sotto l’egida dei versi di Odysseus Elytis: «Finché finalmente ho sentito - e che mi diano pure del folle - che da un niente nasce per noi il Paradiso». Un tessuto di poesie e prose, per avvolgere il mistero dell’amore: «La forza da cui ha avuto origine lo spazio è stata con ogni probabilità un’alternanza di espulsione e attrazione, estensione e passione. Ecco perché, in ogni lingua, l’amore parla di stelle. Ed ecco perché ogni cosmologia ritorna sulla sessualità». E per lenire il dolore del tempo, così come oggi lo subiamo, indifesi: «L’età moderna della quantificazione inizia con l’algebra e il calcolo infinitesimale. Ne deriva che non conta più ciò che si ha, ma ciò che non si ha. Tutto si trasforma in perdita».
Una volta in Europa (Bollati Boringhieri) ha una epigrafe dal Vangelo di Giovanni: «Altri hanno lavorato e voi siete subentrati nel loro lavoro». Si tratta di storie che ruotano attorno a una pratica del lavoro che risponde alla categoria della necessità e che non può essere ridotta all’avere un posto. Bensì è la vita stessa, in cui entrano fame, sete, animali, terra, caccia, stagioni. Attraverso il prisma di un lavoro manuale, faticoso, riemergono pure le differenze tra uomo e donna, soprattutto nelle parole di queste ultime: «Gli uomini non sono belli. Non sono fatti per attirare con la pace che offrono. Ecco perché non sono belli. Gli uomini possiedono un altro tipo di potere. Bruciano. Emanano luce e calore. Certe volte trasformano la notte in giorno. Spesso distruggono tutto. Sono fatti di cenere. Noi di latte».
Qui, dove ci incontriamo (Bollati Boringhieri) raccoglie nove racconti circondati di silenzio. Il ricordo di un amico-maestro o una visita alla tomba di Borges a Ginevra diventano momenti di riflessione sul riscatto attraverso l’arte e sulla caducità inevitabile dell’uomo. Un libro di vecchiaia. Per chi vuole avvicinare Berger, il titolo da cui partire. La sua scrittura raggiunge in queste pagine una laconicità dolorosa, pur rimanendo sensuale. L’impostazione grafica - l’uso degli a capo, le frasi brevi - è mirata a uno scopo preciso: «Tengo molto agli intervalli tra una frase e l’altra, e alla grafica che segnala gli stacchi, i passaggi tra i paragrafi. Bisogna lasciare scorrere l’aria nel testo per permettere a chi legge di fermarsi a pensare non dopo ma durante il processo di assimilazione di un testo».
John Berger ama definirsi semplicemente uno storyteller. Ha ragione. È uno scrittore che non si identifica soltanto con la propria febbre, o la propria rabbia, ma racconta di ciò che ha ascoltato mentre viveva, incontrava, amava. Se questo narrar storie sia alla fine un formidabile, narcisistico, demonico autoritratto, non lo saprò mai, perché a Quincy non sono andato. Verificare quel che non è importante sarebbe solo caparbietà intellettuale, insana passione per una verità inutile. In Memoriale del convento, di José Saramago, uno degli autori preferiti da Berger, il personaggio di Blimunda - che pure ha il dono di poter vedere le ragioni che agitano il cuore umano - dice all’uomo che ama: «Non ti guarderò mai dentro».