Bergman, il Maestro che rifiutò se stesso

Non deve essere stato facile per Ingmar Bergman vivere con se stesso. Vent’anni fa aveva di colpo smesso di fare cinema con la stessa radicalità con cui per il trentennio precedente aveva moltiplicato le regie, diretto teatri, cambiato mogli, messo al mondo figli. La vecchiaia lo aveva in qualche modo quietato, e l’esorcismo cinematografico grazie al quale teneva sotto controllo i suoi mostri e le sue nevrosi, gli era apparso per la prima volta inutile. Era meglio arrendersi, e pur senza accettarsi cercare di comprendersi. «Non conosco la persona che ero quarant’anni fa» scriverà allora. «Il mio disgusto è tanto profondo, il meccanismo di rimozione è stato così efficace che riesco a fatica a farne riemergere l’immagine. Non mi fidavo di nessuno, non amavo nessuno, non avevo bisogno di nessuno. Ero posseduto da una sessualità che mi costringeva a continue infedeltà e ad azioni ossessive, tormentato dal desiderio, dal timore, dall’ansia e dalla coscienza sporca. Ero solo e furioso». Sempre più la solitudine della sua casa sull’isola di Farö era divenuta la sua solitudine, non più furiosa ma appagata, il suo ritiro dal mondo, la sua stanchezza del mondo, la sua stanchezza di uomo. È morto all’alba dei novant’anni, una vita di capolavori alle spalle, un paesaggio di rovine esistenziali tutt’intorno. Per Liv Ullmann, che fu una delle sue mogli e fra le sue attrici preferite, come regista «ha avuto il coraggio di raccontare gli amori, le passioni, le sconfitte, i percorsi lenti e complessi dell’animo umano». Quanto all’uomo, «al di là di qualsiasi considerazione, da chi ha contato nella mia carriera ho imparato soprattutto gli aspetti cattivi. Ma è solo così che si impara a crescere».
Era nato a Uppsala il 14 luglio del 1918, un parto difficile, un bambino gracile, dalla salute a lungo in pericolo. Il padre era un pastore protestante, distante, altero e poco amato, la madre una presenza invece troppo amata e quasi costretta a difendersi da ciò che dai pediatri dell’epoca era ritenuta «morbosità», e forse lo era: la ricerca di una protezione totale, la paura di crescere, l’ansia per qualsiasi distacco. In Lanterna magica, l’autobiografia che, settantenne, Bergman si decise a scrivere, quei rapporti familiari vengono raccontati con la freddezza di un chirurgo. Soprattutto, viene messo in evidenza il tipo di educazione di una famiglia religiosa, benpensante e borghese del primo Novecento, quel complicato e contorto modello che tanta parte avrà poi nella sua opera. «La nostra educazione si basava per la maggior parte sui concetti di peccato, confessione, punizione, perdono e grazia, fattori concreti nelle relazioni dei bambini con i genitori e con dio. In ciò era insita una logica che noi accettavamo e credevamo di capire. Questo fatto contribuì forse alla nostra ingenua accettazione del nazismo. Non avevamo mai sentito parlare di libertà e ancor meno ne conoscevamo il sapore. In un sistema gerarchico tutte le porte sono chiuse».
Già, perché nell’avventura intellettuale di Bergman ci fu anche spazio per l’infatuazione nazionalsocialista, L’uovo del serpente di uno dei suoi film ahimé meno riusciti. «Lo sfolgorio esteriore mi abbagliò. Non vidi le tenebre». Il fratello maggiore fu tra i fondatori del partito nazionalsocialista svedese, il padre fra gli elettori... «Quando la verità sui campi di concentramento prevalse sulla mia resistenza, il disprezzo di me stesso - che già mi opprimeva - si rafforzò fino a superare il limite del sopportabile».
Senza il cinema, Bergman sarebbe stato uno dei tanti giovani sbandati e pieni di odio e rancore nei confronti della «orribile» vita borghese, la sua meschinità, i suoi compromessi la sua crudeltà mascherata di ipocrisia. Era un violento Ingmar, fin da bambino pieno di oscure pulsioni omicide: verso la sorellina più piccola, che gli rubava l’affetto della madre, verso il fratello più grande, che lo angariava e con cui si detestava, verso i compagni di classe che lo prendevano in giro o lo tradivano nella fiducia riposta. Ormai maggiorenne, il suo rapporto con il padre raggiungerà il punto di non ritorno quando sarà lui ad alzare le mani contro quella che un tempo era stata l’indiscussa e temuta autorità del focolare.
È anche per questo, per tenere a freno il caos che Bergman scelse la strada della scissione, ovvero osservarsi e recitare se stesso: «Una malattia professionale che mi ha implacabilmente accompagnato tutta la vita». C’era questo tumulto interiore che andava tenuto sotto controllo, il senso di colpa, la voglia di fare del male. «Per questi motivi provo angoscia dinanzi all’imprevisto, all’imprevedibile. Io medio, organizzo, ritualizzo. Non prendo mai parte al dramma, io traduco, concretizzo. Quel che è più importante: non concedo spazio alle mie complicazioni personali se non per usarle come chiavi ai segreti del testo, o come stimoli alla creatività degli attori». Così, il cinema di Bergman non è altro che «un’illusione progettata fin nei minimi dettagli, lo specchio di una realtà che quanto più vivo tanto più mi appare illusoria».
Pianificare e mettere in scena la vita, può essere un buon metodo di lavoro, ma non sempre la vita accetta di essere ridotta a sceneggiatura, a piano-sequenza, a campo lungo... Sei mogli, otto figli, a volte tre famiglie da mantenere contemporaneamente, testimoniano di come il caos interiore di Bergman, «l’imprevedibile, l’imprevisto», venga in superficie e lo costringa a fare i conti. E poi c’è nel cinema qualcosa di sottilmente erotico che complica ancor più le cose, il suo essere una comunità ristretta e fragile, il rapporto di fiducia e di abbandono fra chi è davanti e chi è dietro la macchina da presa, un vivere più vite standosene come fuori dalla vita...
Non è solo in campo sentimentale però che «l’imprevedibile, l’imprevisto» si verificano. Nel 1976 il grande regista viene arrestato come un volgare ladro qualsiasi, la macchina socialdemocratica e burocratica delle tasse vuole un capro espiatorio e lo trova in uno che, dal punto di vista fiscale, non legge nemmeno i documenti che firma, non controlla, non capisce. Nove anni all’estero, 180mila corone come pagamento, avvocati, un ricovero in clinica psichiatrica...
Nemmeno dieci anni prima c’era stato «l’imprevisto, l’imprevedibile» del ’68, la contestazione, i giovani che volevano fare fuori i vecchi. «Con abilità occuparono i mass-media e ci lasciarono in un crudele isolamento. Disprezzavo un fanatismo che riconoscevo nella mia infanzia: la stessa fanghiglia emotiva, solo gli accidenti erano diversi. Deformazione, settarismo, intolleranza».
No, non deve essere stato facile per Bergman vivere con sé stesso. Aveva i suoi demoni da tenere a bada e un fisico tendente a somatizzare e quindi vomito, diarrea, gastrite perenne, insonnia cronica. Era consapevole del suo genio, come delle sue miserie, e dotato di sufficiente ironia per deridere entrambe. «Un medico intelligente mi disse che dovevo accettare il mio handicap e adattarmi. L’ho fatto. In tutti i teatri in cui ho lavorato abbastanza a lungo ho chiesto di farmi un cesso personale. Questi cessi sono probabilmente il mio contributo perenne alla storia del teatro».
Stenio Solinas