Bergonzoni: «Le parole? Se ne abusa»

Michela Giachetta

Avere un «tempio fra le tempie». E usarlo, rivoltarlo, sconvolgerlo quel tempio fra le tempie, che è il pensiero, l’idea, il ragionamento. Alessandro Bergonzoni oltre a usarlo, rivoltarlo, sconvolgerlo, il suo pensiero lo porterà in scena domani alle 21.30 a Villa Doria Pamphilj. «Predisporsi al micidiale» è il suo ultimo spettacolo da ottobre in giro per l’Italia e ora giunto a Roma, all’interno della rassegna «I concerti nel parco». Dal letto-scrivania che è il solo arredo presente sul palco l’attore bolognese si scatena in dieci minuti di totale improvvisazione, che rendono il suo spettacolo un unicum. «In quel lasso di tempo darò libero sfogo alle mie idee - dichiara Bergonzoni -, idee che non sono influenzate dall’ambiente, dalla serata ventosa o dalla città. Il mio pensiero è influenzato solo dal mio pensiero». «Ed è una cosa che destabilizza - continua l’attore -. Il mio spettacolo non è rassicurante, non è ironico, non prende spunto dall’attualità. Non descrivo situazioni in cui le persone possono riconoscersi». Il «micidiale» a cui bisogna essere predisposti è un altrove rispetto a quello che si è mai ascoltato prima. «Senza giudizi di valore sul merito: semplicemente una constatazione - puntualizza Bergonzoni -. Sarà poi il pubblico a decidere se quell’altrove risulta migliore o peggiore rispetto ad altro».
Ciò che ascolteremo per due ore sarà quindi lo spettacolo della sua mente, che ragiona così: «Troppo spesso oggi vi è un abuso della parola e dei concetti. La parola è corrotta. Espressioni come il dramma, il coraggio, gli eroi, sono usate continuamente a sproposito». «Leggevo nei giorni scorsi del dolore per la squadra del Torino che non andrà più in serie A - continua l’attore -. A tal proposito vengono usate espressioni, come tragedia, dramma. Così facendo si “annega” nella retorica. Nel mio spettacolo non ci sarà niente di tutto questo». A Bergonzoni non interessa emozionare, né fare la morale della favola, né tirare le somme: lui semmai tira al pubblico stimoli a raffica, sollecitazioni continue. Rivaluta pensieri e parole «agendo» sul palco, buttandoli lì con una velocità a cui è difficile stare dietro. E sorprende, se uno ha voglia di lasciarsi sorprendere.
L’attore con questo spettacolo si rinnova da un punto di vista formale, lasciando più spazio a una trama e alla parola in sé. Ma si rinnova anche dal punto di vista del tono, per così dire, interiore, del risvolto «metafisico». Si ripromette di parlare di argomenti «micidiali per il conformismo e di riuscire ad arrivare, da comico, dove non osano i filosofi». E il pubblico a un certo punto avverte che il gioco non è più così rassicurante, che ci ci sta avviando su sentieri oscuri e insidiosi.
Se cercate rassicurazioni, dovete rivolgervi a un altrove «comune». L’altrove di Bergonzoni non offre certezze.