«Berlin»: rock e sinfonia ecco la rivincita di Lou Reed

Standing ovation per la controversa opera uscita 35 anni fa

da Milano

Quando, nella furia di Do You Think It Feels, Lou Reed ritma compulsivamente lo stesso accordo sempre più veloce, poi rallenta quasi a fermarsi e riparte con tutta la band, sembra che agli Arcimboldi sia risorta la fenice del rock... Il rock visto alla Lou Reed naturalmente, come corrosivo pastiche di suoni che trasformano le esperienze di vita in arte. Lou il maledetto che vince un’altra volta, anche contro i mulini a vento, e che porta in trionfo - a quasi 35 anni dalla creazione - la controversa opera Berlin. Assistendo ieri sera al successo e alla standing ovation dell’opera ieri agli Arcimboldi si capisce quanto nel 1973 l’artista guardasse avanti. Berlin è lo straziato racconto della separazione dalla moglie Bettye, ed è la drammatica storia dei tossicodipendenti americani Jim e Caroline in una Berlino fuori dal tempo. L’opera - che veniva dopo l’epopea glam rock di Transformer e il gioiellino Walk On the Wild Side - era troppo cupa, cerebrale, disperata, francamente un po’ noiosa e venne definita dalla critica un disastro. Ora Reed la porta per la prima volta sulle scene con un calore, una vivacità armonica, un cocktail di generi e stili che lascia stupiti.
Sul palco c’è lui - segaligno, le rughe e gli occhi che raccontano i suoi fatti e misfatti più di mille parole - con una trentina di artisti, dal coro di bambini ai fiati e agli archi, dalla potente cantante Sharon Jones, alla chitarra di Steve Hunter, dalla batteria di Tony Smith a Julian Schnabel gran cerimoniere. Il timore di assistere ad uno show pesante - che molti paventavano - si dissolve dopo le prime note di Berlin (ripresa dal suo primo album solista) in uno splendido fluire di suoni che amalgama - ma al tempo stesso tiene ben distinti - sinfonismo, ballata, toni brechtiani, intuizioni alla Velvet Underground, rock. C’è tutto e il contrario di tutto nei toni epici di Lady Day dove il coro virginale incrocia il furore delle chitarre elettriche, il martellamento dei ritmi, il pulsare dei fiati inseguiti dai violini. Sul palco la pièce è più che mai un film per le orecchie; molto più vivace del disco (appena ristampato) un’opera vibrante, giocoforza meno dolente e dilaniata ma non per questo meno profonda. La voce sempre più roca, di rara essenzialità espressiva, racconta la torbida storia di Caroline e Jim in un continuo mutamento di climax, dai toni brucianti di Caroline Says 1 e 2 (con le immagini di lei che si trucca per nascondere i lividi) alla minimale Oh Jim (incisa e mai pubblicata con i Velvet Underground) alla tremenda The Bed in cui Jim-Reed vive il dopo, quando lei s’è tagliata le vene, allo sgomento della conclusiva Sad Song. Una lunga serie di flash senza un momento di monotonia. La rivincita di Reed, invero preconizzata da un illuminato critico come Albert Goldman che all’epoca scrisse: «ha la capacità di mettere a fuoco la sostanza visionaria della scena attuale». Frase che vale oggi come 35 anni fa.