Berlinguer e Fanfani nel Pantheon di Alemanno

Alla prima seduta del nuovo Campidoglio comunale di Roma, il sindaco annuncia che nella Capitale saranno intitolate vie ad Almirante, Craxi e ai due leader di Pci e Dc

Roma - Il postfascista (Giorgio Almirante), il democristiano (Amintore Fanfani), il socialista di governo (Bettino Craxi) e il comunista (Enrico Berlinguer): siedono tutti nel Parlamento toponomastico del nuovo sindaco di Roma Gianni Alemanno, che annuncia l’intenzione di dedicare loro una strada, facendo impallidire in un solo colpo l’ecumenismo del suo predecessore Walter «Maanche» Veltroni. «Dico che non bisogna seguire schemi da Prima Repubblica», sintetizza Alemanno presentando il suo piccolo pantheon da Tuttocittà dedicato proprio a quattro nomi che della Prima Repubblica sono il simbolo. Lo fa, il nuovo sindaco, nel «discorso della poltrona», alla prima seduta del nuovo Consiglio comunale. E non è un caso che una lezione di trasversalismo arrivi proprio nei minuti in cui si insedia nell’aula Giulio Cesare, sede dell’assemblea capitolina, il gruppo consiliare più grande della storia repubblicana di Roma, quello del Pdl (35 consiglieri su 60 totali).

Di dedicare una via ad Almirante si parlava da tempo. E la cosa aveva suscitato scalpore in una città avvezza alla memoria a senso unico: viale Palmiro Togliatti, via Antonio Gramsci, viale Lenin. Alemanno da un lato ha tirato dritto e dall’altro, per evitare un nuovo e opposto «spoil system» degli indirizzi, ha inserito nel pacchetto-strade nomi in grado di dare soddisfazione a tutti. A cominciare da Stefania Craxi («ci si sta avviando lungo la strada della pacificazione nazionale, dopo 15 lunghi anni di menzogne e di falsi moralismi»).
Una piccola rivoluzione. Ma una «rivoluzione conservatrice», come la definisce lo stesso Alemanno, «perché solo essendo consapevoli della propria identità si ha la forza di integrare le altre». Chiusura con un po’ di sana oratoria d’altri tempi: «Viva Roma, viva l’Italia, viva l’urbe eterna». In fondo è rivoluzionario anche questo. Come lo è il suono della Patarina, la campana del Palazzo Senatorio, che è tornata a tintinnare dopo quindici anni. Era un rito al giuramento di ogni nuovo sindaco, poi Rutelli e Veltroni dovevano averlo trovato poco chic abolendo la tradizione. Alemanno, che ieri ha negato il patrocinio del Comune al Gay Pride di giugno, l’ha riesumata, applaudito dai consiglieri della maggioranza in piedi.

Ma il primo giorno di scuola in aula Giulio Cesare verrà ricordato anche per il voto a pugno chiuso di Andrea «Tarzan» Alzetta, il consigliere della Sinistra Arcobaleno che ha fatto dell’«okkupazione» della case uno slogan elettorale. E per la furiosa polemica scatenata a fine seduta dall’opposizione per il mancato dibattito sulle linee programmatiche esposte da Alemanno. Un equivoco, secondo il centrodestra; un «atto gravissimo» se non, addirittura, una «pagina nera nella storia del Campidoglio» per il capogruppo del Pd Umberto Marroni. Fatto sta che quando, alle 14, il presidente del Consiglio comunale Marco Pomarici ha chiuso la seduta, ignorando la richiesta fatta dai capigruppo del Pdl e del Pd di una proroga che consentisse le repliche al discorso di Alemanno, dagli scranni del centrosinistra è partito un coro da stadio: «Buffoni! Buffoni!». Rutelli accusa il sindaco di aver scelto «in maniera sorprendente una linea di arroganza, che nel giro di pochi minuti ha contraddetto il lungo discorso da lui pronunciato in aula Giulio Cesare». Più tardi il sindaco parlerà di «polemiche eccessive». Ma si sa, non tutte le rivoluzioni riescono con il buco.