Berlinguer è il più amato ma nel Pantheon non c’è

nostro inviato a Firenze

È stato, tutto sommato, un congresso di consensi «preventivi» e rimpianti postumi. Il segretario è stato eletto non alla fine, dopo il dibattito, ma come primo gesto, all’insediamento dei delegati (in ragione del voto ottenuto nei congressi di sezione). E i leader – fatto unico al mondo – non hanno misurato il loro gradimento su quello che hanno detto, ma su quello che hanno fatto sperare di poter dire.
In questa singolare competizione anticipata, infatti, il più applaudito è stato Massimo D’Alema, omaggiato, prima che iniziasse a parlare di una ola da stadio (ma salutato da un applauso non all’altezza del primo quando ha concluso). Ogni anno, e a ogni Svolta, D’Alema fa lo stesso discorso, riassumibile nello slogan: fidatevi compagni, perché ci sono io. Nella classifica dell’applauso preventivo è stato seguito dal boato oceanico che ha accolto Anna Finocchiaro, dal calore affettuoso che ha salutato Pierluigi Bersani, dall’aspettativa trepida che ha accompagnato Walter Veltroni, anche loro generosamente tripudiati prima che iniziassero a parlare, e in misura minore alla fine.
Giuliano Amato pare il nonno del socialismo italiano, intrattiene sempre con la sua vocina tremula e la sua oratorio arguta, ma resta sempre outsider preventivo anche lui. Quanto a Fassino, il leader dei Ds è così: quando parla soffre, alla fine piange sempre (anche stavolta), e riesce a disquisire per ore di argomenti che appassionano solo lui, ad esempio delle scelte di «Nuovo frontiere», la nuova forma organizzativa adottata della sinistra portoghese (sei minuti!).
Il congresso degli applausi preventivi è anche quello dell’estetica dell’indeterminato, e del positivismo futurista. Il primo passo fu fatto ai tempi della Svolta, quando Achille Occhetto scelse come slogan «Il futuro ha radici antiche». Ma venerdì Veltroni si appellava a Mark Twain, e alla sua «nostalgia per le cose che non avremo fatto», Vannino Chiti ha così tanta «Nostalgia del futuro» da averci scritto un libro insieme al figlio (che ieri ovviamente ha citato dalla tribuna congressuale), lo slogan di Gavino Angius è «Frequentare il futuro», quello del congresso - nientemeno - «Una forza grande come il futuro» (che non vuol dire proprio nulla, ma suona benissimo). Gianni Cuperlo, intellettuale raffinato, anni fa era ricorso al crepuscolarismo di Rilke: «Il futuro entra in noi molto prima che accada» e Piero Fassino ieri ha citato George Bernard Shaw: «Io conosco cose non ancora avvenute».
Sarà un caso, ma in mezzo a tutto questo tripudio di entusiastico «nuovismo», quando poi vengono sondati, i delegati si tuffano ancora nei «beni-rifugio» del passato, e indicano come leader più amato Enrico Berlinguer (e al terzo posto Palmiro Togliatti!). Su questo Fabio Mussi ha strapazzato Fassino: «Con Berlinguer non si può giocare a metterlo e toglierlo dal Pantheon del nuovo partito, a seconda delle convenienze politiche». E a ragione: Fassino ormai si dichiara «berlingueriano» nei minuti pari, craxiano in quelli dispari.
E infatti tutti i dirigenti dei Ds – come hanno scritto due osservatori acuti come Filippo Ceccarelli e Andrea Romano – prima si sono fabbricati un loro «personale Berlinguer», e poi l’hanno abiurato. Massimo D’Alema è arrivato persino a dire che il Compromesso storico era «l’anticipazione del partito democratico», ma poi come tutti gli altri ha cercato di uccidere Berlinguer «edipicamente», come si fa per i padri ingombranti dopo l’adolescenza.
I Ds che si sono sciolti ieri sono così: una squadra di eterni ex ragazzi convinti di essere statisti. In un partito che non ha più nemmeno un frammento della propria storia, nemmeno nel simbolo e nelle bandiere, Berlinguer è percepito non come un patrimonio per i militanti confusi, ma come una zavorra dai dirigenti che vorrebbero essere sempre e ancora più «nuovi», affrancandosi dalla sua onerosa eredità. Ieri era l’ultimo giorno di storia del Pci-Pds-Ds. Un giorno vissuto con alterne emozioni. I dirigenti della Quercia credono che sia stato l’ultimo salto di discontinuità che li sottrae al peso delle macerie del comunismo. Un sentimento spiegato, in un passaggio sorprendente del suo intervento, proprio da D’Alema: «Abbiamo ricostruito la sinistra che pareva compromessa dalla caduta del partito comunista». Ma il comunismo non viene citato mai, da nessuno. Sì, ieri era l’ultimo giorno della storia del Pci-Pds-Ds, e fra i delegati, erano pochi quelli che non avevano un magone nel cuore. Stai vedere, che a furia di abiurare il passato e di dedicarsi spasmodicamente alla declinazione del futuro, i dirigenti dei Ds hanno perso il contatto con il proprio popolo: si sono dimenticati troppo presto del loro passato, e si sono illusi di non dover fare i conti con il presente.