Berlino guida il fronte del «no» al fondo europeo per le imprese

Schröder affonda il piano proposto da Barroso per rilanciare l’industria

Alessandro Caprettini

nostro inviato a Londra

Blair si mostra soddisfatto, Barroso un po' meno. Altri, la maggioranza, storcono il naso. Emerge poco dal maxiraduno nella campagna del Surrey dove si doveva metter mano ai destini dell'Europa dopo il doppio violento choc derivante dalla bocciatura della Costituzione e del bilancio 2007-2013. Anzi, a ben guardare l'unico risultato percepito chiaramente è l'affondamento nel Tamigi di quella Gepi europea ideata da Prodi (già bocciata un paio d'anni fa) e riproposta da Barroso come ipotetica risposta all'avanzare inesorabile della globalizzazione.
Gerhard Schröder, quasi brutale, ha detto di non vedere proprio come un fondo per le ristrutturazioni delle imprese possa «mitigare gli effetti» della concorrenza asiatica e americana. Senza contare, ha voluto aggiungere, «che non vedo come possa modificarsi un bilancio per ulteriori spese... ». Ampio il fronte del no che si è trovato davanti Barroso: belgi, svedesi, olandesi hanno gradito poco. L'estone Ansip ancor meno: «Abbiamo aperto la nostra economia da 10 anni e ora è davvero fiorente». Anche il danese Rasmussen ha tirato la sua picconata: «Ma quale fondo! Bisogna rendere semmai il mercato più flessibile e dinamico». Blair, da buon padrone di casa, ha cercato di mitigare il dissenso. Ha chiesto riunioni apposite per studiare la fattibilità del progetto, di cui si riparlerà più oltre, in primavera, sotto presidenza austriaca.
Che fare dunque - una volta seppellito l'unico progetto concreto messo fin qui a punto - per far ripartire l'economia europea? Bilancio, bilancio, bilancio. «Qui il tempo è scaduto e non ci sono i supplementari», ha tuonato ancora il cancelliere berlinese, tendendo a far sapere che la Merkel la pensa esattamente come lui. «Non c'è dubbio che senza prospettive finanziarie, senza che il budget sia approvato a dicembre si potrà fare ben poco... », ha convenuto Barroso, facendo anche capire con grazia a Blair che se il traguardo non si raggiungerà, non si potrà certo dire bene del semestre inglese, fin qui privo di risultati. Chirac concorda e rilancia: chiede che la Ue predisponga un piano speciale per 30 miliardi da investire nella ricerca, «unica chiave capace di rimettere in moto» l'Unione e di rendere la Ue davvero concorrenziale. Si parla di università da ammodernare, di politica energetica da mettere a punto in comune (non escludendo il nucleare), di immigrazione clandestina da combattere con maggiore decisione, affrontando invece il tema delle quote da introdurre nel continente.
Ma il problema restano i soldi. Ci sono? Come mettere in piedi decine di iniziative se poi ogni paese vuole ridurre il suo contributo? Come procedere se Blair insiste nella revisione del bilancio nicchiando sulla soppressione dello sconto inglese e se Chirac torna a far sapere di essere pronto a mettere il veto a qualsiasi modifica della politica agricola - compresa la linea colloquiale che la commissione tenta nei negoziati di Doha - che tanto dà al suo paese? Blair davanti alle domande che incalzano su questo fronte cerca di svicolare: «Se c'è un accordo sui traguardi da raggiungere, e mi pare che si siano cominciati a individuare, sarà più facile poi trovare una intesa anche sulle politiche del bilancio... ».
Insomma, si rinvia a metà dicembre, nel nuovo summit in programma a Bruxelles. Ad Hampton Court la presidenza semestrale britannica sperava di ricreare un clima di comprensione; s'è accorta che molte rigidità permangono. Che Chirac già ipotizza una Europa a due velocità. Che i tedeschi sono diventati al pari dei francesi e dei nordici, molto perplessi sul mercato unico («ma quale scudo, i cittadini lo vedono ormai come un cavallo di Troia», è sbottato Schröder).
L'impressione è che a Natale il clima sarà gelido. E che sul da farsi si resti sul piano delle buone intenzioni. Diverse l'una dall'altra.