Berlusconi adesso detta le condizioni

RomaÈ tarda mattina quando Gianni Letta alza il telefono e chiama Giorgio Napolitano. «Il governo Monti - dice senza troppi giri di parole - rischia seriamente di saltare ancora prima di nascere». Colpa, argomenta il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, delle «troppe accelerazioni» e di un eccesso di protagonismo da parte del Colle. Che da lunedì è in pressing spasmodico affinché l’esecutivo guidato dall’ex commissario Ue si formi nel più breve tempo possibile. Al punto che quelle che dovevano essere consultazioni solo informali sono già da giorni finite nei retroscena dei giornali che forse mai così presto si sono esercitati nel totoministri. Tanto che lo stesso Silvio Berlusconi sarebbe sbottato in un «ora basta», perché a Palazzo Chigi «fino a prova contraria ci sono ancora io» (le dimissioni dovrebbero arrivare stasera) e ormai da una settimana «tutti parlano di Monti come se avesse già giurato come presidente del Consiglio». Chissà, forse è dipesa anche da questo la colica della scorsa notte.
Il problema, però, è che il Pdl è in subbuglio non solo perché ci sono ministri che non vogliono perdere la poltrona, altri che vorrebbero tenerla in campagna elettorale o i sostenitori del voto subito senza se e senza ma (tra cui gli alleati della Lega). Ma anche e soprattutto perché il partito non ha avuto il tempo di «digerire» le dimissioni del Cavaliere e il via libera al governo Monti che il Quirinale ha lanciato nella mischia a cento all’ora. Con indiscrezioni sulla lista dei ministri (sia nel caso di governo tecnico tout court, sia in quello di governo di larghe intese) e pure sulle intenzioni di Monti che vorrebbe ritornare alla Bassanini, procedere ad alcuni accorpamenti dei dicasteri (a partire da Sanità e Lavoro, ipotesi che sta creando già malumori nelle Regioni) e ridurre il numero di ministri a dodici. Quasi a dare l’idea che la partita fosse già chiusa e che a decidere la lista dei ministri ci avrebbe pensato il duo Napolitano-Monti, è il senso del ragionamento fatto da Letta nella telefonata al Colle. Tutto questo, è ovvio, ha reso il Pdl una vera e propria polveriera. Al suo interno e nell’alleanza con la Lega, da sempre contraria ad esecutivi di transizione. Ecco perché nelle tante riunioni a Palazzo Grazioli e negli incontri con Umberto Bossi e Roberto Calderoli si rimettono sul piatto tutte le ipotesi. Compresa quella - irricevibile per le opposizioni - di un governo guidato da Angelino Alfano e con Monti ministro dell’Economia. Una soluzione che il Carroccio potrebbe accettare. Già, perché il rapporto con la Lega non è certo un dettaglio, che se si dovessero dividere le strade di Berlusconi e Bossi a Roma con il passare dei mesi sarebbe un problema non da poco nelle tante amministrazioni locali dove si governa insieme (dalle Regioni alle città).
Ma in quello che a via del Plebiscito è un vertice permanente spuntano pure i nomi di Giuliano Amato e Lamberto Dini. L’ennesimo segnale di una confusione che regna sovrana. Perché l’accelerazione di Napolitano, la sua investitura di Monti con la nomina a senatore a vita e soprattutto il pressing dei mercati parlano chiaro: al presidente della Bocconi c’è solo un’alternativa. Cioè il voto. Difficile, difficilissimo riuscire dunque a cambiare il cavallo in corsa.
Quale sarà la posizione ufficiale del Pdl lo si saprà questa sera alle 18, quando si riunirà l’ufficio di presidenza prima che Berlusconi salga al Colle per dimettersi. In quell’occasione è probabile che il partito chieda d’imporre al nuovo governo una condizione chiara: nessuna patrimoniale. Gli altri due punti che per il Cavaliere potrebbero essere discriminanti sono invece che il nascente governo sia composto da soli tecnici e che sia a termine. In questo modo, Berlusconi eviterebbe di votare la fiducia a chi fino a ieri ha fatto di tutto per disarcionarlo e anche la Lega potrebbe avere dei margini per un sostegno sia pure defilatissimo. E soprattutto non ci sarebbe la lotta dei lunghi coltelli all’interno del Pdl tra ministri confermati e ministri rimandati. Il centrodestra avrebbe il tempo di riorganizzarsi e - approvate le misure chieste dall’Ue - si potrebbe tornare alle urne a giugno. Tutte condizioni decisamente non in linea con i desiderata di Monti.