Ma Berlusconi adesso vuole di più Fini è avvisato

RomaRustici, vino bianco, sorrisi. Silvio Berlusconi tiene in alto il calice. Si brinda, in Consiglio dei ministri, alle quarantanove primavere di Elio Vito. Ma è roba di pochi minuti, giusto il tempo dell’immancabile battuta: «Quando andai al compleanno di Bettino Craxi, che compiva 50 anni, mi chiesi: cosa avrà mai da festeggiare, visto che è diventato vecchio?». Il «ragazzino» che cura i Rapporti con il Parlamento non se la prende, figuriamoci. Ma una volta chiuso il siparietto, il Cavaliere torna a occuparsi dell’azione concreta dell’esecutivo. E a masticare però pure amaro. «Era forse un po’ più stanco del solito, ma non mi sembrava nervoso», si limita a riferire chi gli sedeva a pochi metri. Ma al di là della riunione di governo a Palazzo Chigi, a tratti piuttosto animata, è un premier che non t’aspetti, quello che da giorni se ne sta al riparo di quattro mura, lontano da taccuini e telecamere.
Silenzioso, pensieroso, amareggiato. Lo descrivono così coloro che hanno modo di vederlo dal vivo. «Preferisce non parlare, anche se ne avrebbe di cose da dire», spiega un deputato ex azzurro, che in cuor suo valuta positivamente il riserbo: «È meglio così, altrimenti salterebbe il tappo». A chi finirebbe in testa? «Indovinate un po’». È un quesito facile facile, stando alle risposte che si raccolgono tra i parlamentari della maggioranza. Gianfranco Fini? Esatto. C’è poco da fare, è la solita storia. «Il presidente è di pessimo umore e non capisce davvero perché si comporti così e prenda sempre, ad ogni occasione, una strada diversa dalla sua», aggiunge un senatore pidiellino, pronto ad andare alla conta interna, qualora Berlusconi decidesse per una chiamata alle armi. Non siamo ancora a questo punto, e forse non si arriverà mai a elezioni anticipate, anche se rimane sempre valido lo schema delineato più volte dal capo del governo: «Non sono stato eletto per scaldare la sedia, ma per portare avanti le riforme. Sia chiaro quindi a tutti. E se necessario, potremmo tornare a chiedere la fiducia agli italiani».
Si vedrà. Di certo, il premier non esulta per il disegno di legge sul processo breve, frutto di un compromesso per lui al ribasso. Consapevole com’è che si tratti di un effetto tampone, non certo della medicina giusta per metterlo al riparo dalla «persecuzione giudiziaria» che denuncia sin dalla sua discesa in campo. Senza contare che digerisce sempre con difficoltà l’atteggiamento di Fini, lesto a stoppare pure eventuali modifiche al testo. Un paletto che fa rima con «ingratitudine», termine che ricorre spesso nei colloqui del premier con i suoi. «Non è cambiato nulla, è stanco dei suoi no», riferisce un ministro, «tanto da cominciare forse a dubitare dell’operazione partito unico». Passerà tutto con il tempo? Forse sì. Intanto il ddl consegnato ieri al Senato, su cui pendono, secondo alcuni giuristi, possibili appigli di incostituzionalità, viene vagliato a distanza dal capo dello Stato. Che non si pronuncia, visto che si tratta di un testo d’iniziativa parlamentare, riservandosi di esprimere la propria valutazione al termine del suo iter. Una «ulteriore spada di Damocle», secondo un dirigente pidiellino, che si chiede: «E se lo rimandasse indietro?».
Insomma, il Cavaliere adesso vuole risposte chiare, anche dagli alleati, e non intende farsi rosolare a fuoco lento. Anche per questo forse sta in silenzio forzato. Ma fino a quando? «Per ora lavoriamo e portiamo la croce - risponde un fedelissimo -. Poi, quando potremo cantare, lo faremo».