Berlusconi all’attacco

Gianni Pennacchi

da Roma

«Io però continuo ad incontrare persone che dicono: andiamo in piazza, andiamo a protestare contro questa Finanziaria. Quello del 2 dicembre a Roma non è tanto un appuntamento voluto dalle forze politiche ma piuttosto dai cittadini che vogliono sentirsi protagonisti. Io l’avrei lasciata fare addirittura senza organizzazione, anche le bandiere e gli striscioni sarebbero venuti da soli. Comunque, quelli organizzati saranno fino a 200mila, tutto il resto sarà in più. E saranno tanti in più». Così Silvio Berlusconi l’altra sera, ospite d’onore alla cena del Pri sulla terrazza coperta di un grande albergo a Porta Pinciana, da dove si gode una vista stupenda di Roma, col Cupolone e il colonnato di San Pietro. «In quella piazza c’è un sanpietrino con l’Edera, scolpita durante la Repubblica romana del 1848», indicava sorridendo il segretario Francesco Nucara, anfitrione che davanti all’osservazione dell’illustre invitato, «però, quanto lusso!», aveva risposto: «Abbiamo fatto come insegnano i contadini calabresi: sette giorni di digiuno, per permetterci questa cena».
Era commosso Berlusconi, ricevendo l’edera d’oro che s’è appuntato lestamente sul bavero, per poi dichiarare che i suoi maestri in politica «sono don Sturzo e Ugo La Malfa», così facendo commuovere anche l’ex ministro Giorgio La Malfa. C’era anche un tavolo di giornalisti, alla cena. E il leader del centrodestra non s’è sottratto alle domande di politica. In queste ore, ovviamente, guarda con attenzione al percorso parlamentare della Finanziaria ma ancor più alla manifestazione popolare che si terrà il 2 dicembre a San Giovanni. Quelle parole sull’appuntamento con la piazza, «io però...», coronavano la risposta sullo stato di salute della Casa delle libertà. È spaccata, finita, come dicono alcuni inquilini? Va rifondata ridiscutendo chi debba guidarla? E lui, sereno quanto imperturbabile: «Io sono assolutamente tranquillo. Intanto, perché fra gli elettori non c’è nessuna spaccatura; e non ci sono nemmeno identità così forti, e soprattutto in dissonanza, tra di noi. Dal punto di vista della gente, gli elettori di ogni nostro partito dichiarano al 98,14% la volontà di tenere unita la Cdl».
Va bene, per la Lega par che le «fibrillazioni» si vadano placando, se non altro garantiscono 30mila presenze alla manifestazione nazionale (70mila An e 100mila Forza Italia), ma l’Udc? Cesa e Casini continuano a smarcarsi. Ancora placido e sicuro, il Cavaliere ha tranquillizzato: «Anche loro adesso, credo che siano assolutamente vicini. Con questo smarcamento hanno cercato di attirare attenzione, cosa che si può capire. Però l’ho già detto altre volte, anche in Parlamento, e lo ripeto: non ho mai ritenuto possibile un passaggio dell’Udc a sinistra». Però il 2 dicembre, invece di protestare a Roma contro la Finanziaria, vanno a manifestare in proprio a Palermo. «E va beh», ha sorriso lui senza prendersela, intonando l’«io però...» che vaticina uno strepitoso pienone a San Giovanni. Ci sarà tutto il centrodestra sul palco, anche il Pri e la Dc di Rotondi. Tutti, meno l’Udc che vuol così rimarcare il rifiuto della leadership di Berlusconi. Lui, il leader, coi commensali e lontano dai giornalisti era stato ancor più esplicito: «Non capisco questi tentativi di smarcamento. Abbiamo fatto un percorso insieme ed è stato un successo per tutti, perché non continuare così? Vogliono mettere in discussione la mia leadership? C’è un rapporto di forza molto chiaro, nella coalizione: Forza Italia ha avuto il 24% e secondo i sondaggi è ora al 30%. Al vertice della prossima settimana, ribadirò il mio ruolo: il leader sono io».
Ha risposto ad ogni domanda dicevamo, e poi nel ringraziamento ai repubblicani li ha elogiati menando fendenti al centrosinistra: «Non credo che oggi l’Italia sia un paese di completa e compiuta democrazia: il Messico e l’Ucraina sono più avanti di noi. Come si può definire altrimenti un Paese in cui siamo ancora costretti ad attendere, a mesi dalle elezioni, i risultati della Giunte parlamentari sul conteggio delle schede? Un Paese nel quale si cerca di colpire il leader dell’opposizione attraverso le sue aziende di famiglia?». Ma senza rispondere a una domanda precisa, spontaneamente, Berlusconi ha rivelato qual è il dispiacere più grande che ha ricevuto dal governo Prodi, lo schiaffo più bruciante: «La cosa che mi ha fatto più male è stata la decisione del Consiglio dei ministri di dire no al ponte sullo Stretto. Era un progetto che avevamo ereditato insieme al Mose e altri, sul quale si discuteva da 40 anni. In cinque anni abbiamo fatto 32 riunioni per mettere d’accordo prima i progettisti, poi le due Regioni, le Province e i Comuni interessati, poi l’Anas e le Ferrovie, poi andare io da presidente del Consiglio europeo a farmi dare il 20% della spesa per il corridoio Berlino-Palermo, poi far consorziare le aziende italiane e far vincere l’appalto al consorzio stesso. E dopo tutto questo lavoro che ha richiesto cinque anni, in cinque minuti di Consiglio dei ministri è stato detto no. È come se tu costruisci un grattacielo per cinque anni, arriva uno con una bombetta e casca giù tutto. Questo mi ha addolorato. Aver lavorato tanto e vedere distrutto il proprio lavoro, perché la Sicilia sarà terra italiana al cento per cento soltanto quando uno non dovrà più aspettare l’orario dei traghetti».
Per il resto, ancora sì alle larghe intese e quasi una supplica ai senatori a vita affinché non determinino le decisioni a Palazzo Madama: «Anche senza la legge proposta da Cossiga, dovrebbero rendersi conto da soli e astenersi dal voto, perché non interpretano la sovranità popolare e non sono rappresentanti del popolo, pur avendo ben meritato». E ancora giù contro questa Finanziaria «tutta ideologica» che non richiedeva «alcun bisogno di aumentare le tasse»: i conti precisi ancora non ci sono, ma pare che «loro quest’anno potranno contare su un extra budget positivo tra i 15 e i 20 miliardi, dunque non avevano alcun bisogno di fare questa manovra». Perché l’hanno fatta, allora? «Perché hanno i fondamentalisti nel governo, e questi da sempre interpretano lo strumento fiscale come mezzo di punizione».
Un Berlusconi sereno e tranquillo, per una serata serena e piacevole. Ove non solo la politica teneva banco ma anche la buona cucina. E la voglia di vivere. Tutti a complimentarsi per l’ottimo suo passo nonostante la fresca operazione al menisco, e lui: «Martens, il chirurgo che mi ha operato, è un mostro. Ma pure io, che ho recuperato più velocemente dei giocatori di calcio, ai quali servono mediamente tre giorni. A Baresi ne sono bastati due. Io ero in piedi il giorno dopo. Questo menisco l’ho conservato, tra l’altro fa un po’ di impressione, però voglio portarlo a Napoli perché lì hanno venduto le lacrime di Berlusconi: immagino che il menisco abbia maggior valore». Ovviamente non è mancata la barzelletta, immancabilmente fresca, «me l’hanno raccontata stamattina». Quella di Cappuccetto rosso, nonna già fagocitata dal lupo cattivo, rituale e noto rosario di «nonna ma che occhi grandi che hai», poi «che mani grandi», che bocca, che denti, sinché la nonna-lupo sbotta: «A Cappucce’, se sei venuta per criticare te ne puoi anche andare subito».
Gianni Pennacchi