Berlusconi amareggiato: "Sono troppo buono"

Il premier lascia l’Aula, poi convoca i suoi: "Chi mancava, cosa è successo?". E dice sì al rinvio del ddl intercettazioni. Il testo bocciato tornerà in Aula. Il Pdl: "Ora voto di fiducia per il governo"

Roma - L’ira di Berlusconi aumenta a dismisura quando dai banchi dell’opposizione parte il primo «Dimissioni, dimissioni». Il premier resta inizialmente attonito, quando il risultato impietoso boccia l’articolo 1 del rendiconto dello Stato. 290 «sì» mentre ne occorrevano 291. Ma lo stupore si trasforma in rabbia quando gli fanno notare che tra i non votanti c’è pure il ministro Tremonti. Come gettare benzina sul fuoco. Il premier esce dall’Aula terreo in volto e sente già le opposizioni che vorrebbero spingerlo al Quirinale affinché getti la spugna. Ha ancora nelle orecchie le frasi di Scajola che, di fatto, gli ha prospettato l’ipotesi di un passo indietro. Poi il patatrac in Aula. Si sente accerchiato, il premier.
«Non è possibile... Chi mancava? Cos’è successo?», schiuma di rabbia il Cavaliere. Si compulsano i fogli delle presenze e dei votanti. C’è aria di complotto, di fronda, di sgambetto pilotato. Denis Verdini studia il responso delle votazioni: mancano 3 del Fli, uno dell’Idv, 4 della Lega, 12 del Misto, 4 del Pd, 7 Responsabili, 4 dell’Udc e 17 del Pdl. In Transatlantico si cerca di capire se c’è stato dolo: «E gli scajoliani?». Si parla di un primo colpo d’avvertimento. Nell’aula di Montecitorio riservata al governo, intanto si radunano Berlusconi, Tremonti, Bonaiuti, Cicchitto, Romano, Moffa, Lupi, Verdini, Fitto e Brambilla. Tremonti si scusa con il premier: «È stato un caso, un incidente. Il provvedimento è del mio dicastero, figuriamoci se ho fatto apposta a non votare». Berlusconi ascolta, di umore nero.
Intanto nel cortile della Camera sprizza veleno sul ministro dell’Economia. «Anche Frattini e Bossi non sono riusciti a votare», cerca di discolparsi Tremonti. Intanto arrivano i nomi di chi non c’era: Bossi, Maroni, Scajola, Martino, Testoni, Gianni, Cossiga, Saglia, Frattini, Ronchi ed altri. Verdini e Cicchitto cercano di far ragionare Berlusconi: «Non c’è alcun intento politico, presidente. È un incidente tecnico; grave ma non politico». Poi, lo stesso Tremonti si mette di buzzo buono e cerca di trovare la soluzione alla domanda del premier: «E adesso che si fa?». «Lo modifichiamo impercettibilmente con un emendamento e lo rivotiamo», suggerisce il ministro dell’Economia. Il sottosegretario Casero va a memoria: «Nel 2003 ci fu un caso analogo con l’articolo 1 della finanziaria. Si ripresentò e l’Aula lo votò». La Russa suggerisce che per tagliare la testa al toro e ricacciare in gola l’urlo delle opposizioni basterebbe «porre la fiducia e dimostrare che il governo ha i numeri». Berlusconi ascolta e scuote la testa: «Dovrei essere più cattivo, lo so. Sono troppo buono - dice riferito ai troppi assenti e anche a Tremonti - ma sono fatto così». L’ombra resta: il ministro dell’Economia, infatti, sul Documento di economia e finanza, approvato con due soli voti di vantaggio, non si è espresso. E sul rendiconto di assestamento di bilancio, costato all’esecutivo la sonora sconfitta, risultava in missione. Poi in serata, consapevole di essere nel mirino, Tremonti dirama una nota: «Il ministro era al ministero... Appena ricevuta notizia dall’Aula il ministro ha interrotto i lavori e s’è recato a Montecitorio. Nessuna ragione politica, di nessun tipo». Sarà. Resta l’amarezza.
Berlusconi, dopo che i vertici del partito lo rassicurano che l’incidente è recuperabile, riconvoca i vertici del partito a palazzo Grazioli. Inizialmente in agenda per discutere il da farsi sul ddl intercettazioni, il premier in realtà l’aveva annullato: «Tanto così annacquato non serve a nulla. E mi hanno già sputtanato in lungo e in largo. Non m’interessa più quel provvedimento», avrebbe confidato ai suoi. «È certo che l’esame verrà rinviato», sentenzia infatti in serata il capogruppo alla Camera Cicchitto. Un po’ perché il disegno di legge non corrisponde al volere di Berlusconi; un po’ perché sarebbe un rischio inutile presentare un testo su cui i malpancisti potrebbero davvero staccare la spina. Così, la riunione di maggioranza salta, salvo poi farla risorgere. Ma soltanto per trovare una soluzione all’ultimo nodo tecnico-politico. E mentre l’opposizione invoca le dimissioni, Berlusconi ripete: «Mi devono sfiduciare in Parlamento, se ne hanno il coraggio».