Berlusconi avvisa Monti:"Nella squadra solo tecnici Ho ancora la maggioranza"

Il Cavaliere e il "governo di Re Giorgio": "Ci stiamo solo a certe condizioni. Non daremo carta bianca su tutto"

Roma - Berlusconi puntella il «governo di Re Giorgio» forte di un dato di fatto: «Ho ancora io la maggioranza in Parlamento. Sia alla Camera che al Senato», dice ai suoi. A fronte della richiesta del premier designato Monti di mettere politici in squadra, il Cavaliere risponde picche. Il senso del suo ragionamento è il seguente: «Il professore cerca di condividere le responsabilità delle misure che vuole adottare ma il suo governo sarà quello del presidente della Repubblica, non il mio. Quindi siamo disposti a farlo nascere ma a certe condizioni: non ci mettiamo la faccia politica e soprattutto non sarà un sì a carta bianca su tutto».
In queste ore, nell’attesa dell’incontro formale con il neo senatore a vita che avverrà oggi, si lima la lista dei «non possumus», ossia dei desiderata che il partito di maggioranza esporrà per sciogliere gli ormeggi della nave Monti. Primo punto: nella squadra di governo non ci dovrà essere alcun politico, neppure a livello di sottosegretariati. Cosa invece richiesta da Monti per avere una sorta di assicurazione sulla propria vita. Secondo punto: l’assicurazione che futuri premier e ministri non andranno a caccia di ricandidature. Terzo punto: conoscere i nomi che comporranno la squadra in modo da capire se dietro l’etichetta «tecnico» non si nasconda in realtà un «tecnico-politico». Quarto punto: conoscere le reali intenzioni di Monti in materia di economia, sottolineando che certi bocconi il Pdl non è disposto ad ingoiarli. In primis la patrimoniale, sorta di blocco ideologico per il Cavaliere; ma anche la reintroduzione dell’Ici, come già ventilato sulla stampa. Ovvio che, tuttavia, i conti sono conti e sull’ipotesi di reintrodurre l’imposta sulla prima casa il Cavaliere è più possibilista. L’intenzione di Berlusconi è quella di sottolineare che, a fronte dei veti contrapposti che arrivano a Monti sia da destra sia da sinistra, quelli che arrivano dalla maggioranza che ha vinto le elezioni del 2008 devono per forza valere di più perché «abbiamo ancora la maggioranza». Berlusconi è collaborativo ma anche fermo, fermissimo nel chiedere che il faro dell’azione di governo debba essere la lettera inviata alla Bce anche perché «senza il nostro sostegno l’esecutivo Monti non durerebbe molto».
Chi ha incontrato Berlusconi, comunque, lo descrive determinato e per nulla intenzionato a uscire dalla scena politica, anzi; «da lunedì prossimo sarò tutti i giorni in Parlamento per dare il mio contributo per il bene del Paese», avrebbe detto ai suoi. Tanta energia e risolutezza il premier dimissionario le troverebbe nei fogli sulla sua scrivania: gli ultimi sondaggi da lui commissionati parlerebbero di consensi per nulla in picchiata. «Il mio tasso di gradimento è superiore a quello della Merkel e di Sarkozy», avrebbe confidato ai suoi; e anche il partito non sta poi così male. «Siamo sotto al Pd soltanto di un paio di punti, assolutamente recuperabili». Ecco perché il sogno di Berlusconi sarebbe quello di far salpare il governo tecnico, con la speranza che la sua navigazione sia la più breve possibile. Fare le cose promesse all’Europa e poi tornare alle urne, magari nell’estate dell’anno prossimo.
Già, elezioni anticipate, ma con chi? Per ora i destini di Pdl e Lega sembrano separarsi ma non è affatto detto che il matrimonio sia definitivamente frantumato. Bossi e Berlusconi si sarebbero sentiti al telefono e il primo avrebbe detto al secondo che «in amor vince chi fugge», lasciando intendere che la liaison tra i due leader è tutt’altro che frantumata.
Qualche preoccupazione, invece, Berlusconi ce l’ha sul suo Pdl. Nella fase della crisi sono emerse molte, forse troppe, anime differenti nella sua creatura mentre, continua a ripetere: «È proprio in questi momenti che dobbiamo restare uniti». Tuttavia raccontano che il Cavaliere comprenda benissimo tutti coloro che vedono la nascita dell’esecutivo tecnico come una sorta di usurpazione della volontà popolare.