Berlusconi il baluardo al ritorno dei dc

Le grandi manovre contro il «berlusconismo» sono in corso ed hanno per protagonisti il Corriere della Sera e l'Udc: si tratta di fare delle liberalizzazioni il luogo di intesa di centro tra destra e sinistra, logorando la stabilità politica bipolare in cambio della perfetta concorrenza. Non che la liberalizzazione sia la filosofia di governo del presidente dell'Iri divenuto presidente del Consiglio. Al contrario, il tentativo di Angelo Rovati di fare di Palazzo Chigi il centro di potere economico usando la Cassa depositi e prestiti e le azioni in essa contenute, si delinea più chiaramente con l'accordo della Cassa con la Banca Intesa e con la benedizione del ministro dell'Economia.
La filosofia politica del centrodestra è la libertà, non la liberalizzazione: e il popolo del centrodestra, che ha sentito la morsa fiscale del nuovo governo, è ben disposto a credere che il controllo delle sue iniziative e della sua vita sia la vera missione politica del governo Prodi. Chi pensa che un popolo che ha votato per le libertà si accontenti in cambio di acquistare benzina ai supermercati o dell'abolizione del registro automobilistico come riconoscimento del proprio voto, non conosce questo popolo. Proprio perché è una passione di libertà esso si concentra bene sul volto di un uomo.
Nel «berlusconismo» l'opera di Silvio Berlusconi si manifesta non soltanto nella Casa della libertà e in Forza Italia, ma nel bipolarismo: cioè nel tentativo di fare della democrazia l'unico criterio di legittimità, desacralizzando la Costituzione e il nucleo ideologico antifascista che le è annesso.
Certamente il punto vulnerabile del progetto di Berlusconi è la tradizione del personale politico democristiano.
Lo specifico della Democrazia cristiana fu quello di cercare, con una soluzione costituzionale, il compromesso con i comunisti facendo del consenso dei due maggiori partiti la chiave di legittimità delle istituzioni.
La definizione di «centro» propria della Dc comportava due aspetti: la delegittimazione della destra come forza di governo e la legittimazione della sinistra come forza della Costituzione.
Nei democristiani la ricerca del compromesso con i postcomunisti è naturale e diviene tanto più facile dopo che i comunisti hanno fatto tante concessioni sul piano ideologico, pur essendo riusciti a conservare ugualmente la loro qualifica politica e la loro struttura organizzativa, unica rimasta in piedi tra quelle dei partiti italiani. «Centro» in realtà è una categoria che, nella storia reale del personale democristiano vuole dire compromesso con le tesi postcomuniste: e oggi questo è così facile che si può pensare anche al partito unico, il «partito democratico».
È significativo che il partito democratico crei difficoltà a sinistra nei Ds che si spaccherebbero, e trovi il pieno consenso della Margherita. Se si guarda bene, si vede che il partito democratico sarebbe la ripetizione non del Pci ma della Democrazia cristiana. Esso creerebbe una maggioranza di governo e lascerebbe di lato gli «opposti estremismi»: Lega Nord e An a destra, la sinistra radicale a sinistra. E fa del centro l'unico partito legittimo del sistema.
Senonché un partito di pura mediazione era concepibile con una Dc che si fondava sull'unità ecclesiastica dei cattolici, e non aveva quindi un proprio contenuto politico. È impossibile a farsi con i Ds, che sono riusciti a conservare come patrimonio proprio la memoria della propria identità; quindi sono tutt'altro che politicamente vuoti. La linea del grande centro è possibile solo tra un partito fondato con una unità prepolitica come la Dc; e quindi capace di esistere come mediazione di principio. Non per un partito che ha la storia politica dei Ds. Per questo la linea centrista che Casini persegue con la benedizione di Mario Monti, non è praticabile. L'opera di Berlusconi, il bipolarismo, troverà a sinistra i suoi più accaniti difensori.
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