Berlusconi chiede alla Scala il dossier su dipendenti e costi

Il sindaco: «Provincia socia? Per statuto non ha diritto ad avere un membro nel consiglio d’amministrazione»

(...) A richiesta del premier, invece, Buttiglione pur dichiarandosi d’accordo sulla necessità di razionalizzare gli enti lirici, avrebbe obiettato che con i tagli proposti nessuna razionalizzazione sarebbe possibile. Osservazioni condivise dal sottosegretario Gianni Letta. «Non sarò io il ministro che chiuderà la Scala», l’uscita di Buttiglione qualche giorno fa. Ieri ancora una difesa del suo «settore».
Immediata la reazione dei sindacati. «La richiesta del dossier è un tentativo rozzo di giustificare politicamente i tagli», ha tuonato il segretario milanese della Slc-Cgil Bruno Cerri. «Ribadisco che gli organici della Scala - aggiunge - sono funzionali alla produzione. Il vero problema sono i tagli al Fondo unico per lo spettacolo che sono il frutto di una politica sbagliata». Nessun commento, invece, sull’iniziativa del premier arriva dal teatro. Duro l’attacco del centrosinistra che parla di «sparate antisindacali stile anni ’50». «L’idea - intervengono i diessini Emanuele Fiano e Marilena Adamo - che un presidente del Consiglio invece che occuparsi dei 6 miliardi di debiti causati all’Italia dalle politiche velleitarie del suo governo pretenda da un ministro della Repubblica l’apertura di un dossier sui dipendenti di una fondazione di diritto privato quale è la Scala, fornisce la misura delle difficoltà reali in cui annaspa la sua politica economica».
Sugli annunciati tagli al Fus interviene anche Stéphane Lissner. «Non sono ottimista - le sue parole -, ma spero molto che la decisione finale sia a favore della cultura. Tutto il mondo della cultura italiana è molto preoccupato per la Finanziaria, ma non voglio dire di più perchè stanno tutti lavorando su questi problemi e aspettano che il governo cambi idea. Aspettano una continuità, cioè nel 2006 gli stessi soldi nel Fus del 2005. È importante per la cultura italiana e anche per la Scala». Con i tagli, invece, «sarebbe tutto molto difficile, anzi impossibile - aggiunge Lissner - perché per la cultura italiana la cosa più importante è la credibilità. In un teatro come la Scala, dove abbiamo già venduto gli abbonamenti per la stagione, se ne dovessimo chiudere una parte, penso che sarebbe un problema di credibilità molto grave». E poi aggiunge: «Sulla Scala si dicono molte cose non vere sul tema finanziario e artistico» e annuncia una conferenza stampa tra il 10 e il 15 novembre per fare il punto sulla situazione. Sarà «un incontro lungo e forte perchè ci sono molte cose che vorrei dire dopo i miei primi sei mesi qui e sulla situazione della Scala nel mondo della musica, in Italia e fuori».
Ieri si è tenuta anche l’assemblea dei lavoratori della Scala. «La Fondazione si appresta a rinnovare i propri vertici - il documento stilato al termine -. Ci auguriamo che le decisioni diano un segno inequivocabile di apertura, di pluralismo culturale, di impegno per il ruolo e il futuro del Teatro». Le iniziative sindacali contro i tagli al Fus verranno definite mercoledì prossimo. Per il 12 novembre è comunque prevista una giornata di protesta.
Continua, intanto, il battibecco tra il Comune e Palazzo Isimbardi che ha chiesto il «riconoscimento alla Provincia del ruolo di componente effettivo di diritto del Consiglio di Amministrazione». «Albertini - si legge in una nota ufficiale - sulla scorta di un parere pro-veritate redatto dal consulente legale del Teatro (avvocato Vittorio Gesmundo), rileva che secondo l’attuale Statuto la richiesta non può essere accolta perché, per avere diritto a candidare un componente nel cda, è necessario essere fondatori permanenti. Secondo lo Statuto vigente, inoltre, l’Amministrazione provinciale non ha neppure il diritto di voto in Assemblea. Infatti negli ultimi quattro anni non ha versato il contributo minimo di 516mila euro, avendo conferito al patrimonio della Fondazione solo 414mila euro».