Berlusconi-Ciampi, braccio di ferro al Quirinale

Tra i motivi della richiesta di proroga il riesame della legge sull’appello

Massimiliano Scafi

da Roma

Sorrisi, strette di mano, cordialità varie. Alle sette di sera, quando il vertice comincia, il clima è «sereno», «pacato», addirittura «amichevole». Ma subito dopo i convenevoli ecco che i problemi, le «visioni differenti», vengono srotolate sul tavolo. L’aria resta distesa e rilassata per tutte le quasi due ore del colloquio, i toni tranquilli e discorsivi. Però, nella sostanza, la disputa sui tempi dello scioglimento delle Camere e sulla successiva convocazione dei comizi elettorali assume presto i contorni di un garbato braccio di ferro istituzionale. 9 aprile? O una settimana dopo? Carlo Azeglio Ciampi tiene il punto: «Niente strappi. Non si possono fare forzature». Silvio Berlusconi cerca di convincerlo: «Ma presidente, non sto proponendo proprio nulla di speciale, voglio solo arrivare alla scadenza naturale della legislatura». «Sì, però attenzione - replica il capo dello Stato -, adesso che c’è un nuovo sistema elettorale, la campagna deve essere lunga perché la gente deve capire bene. E poi, non eri stato tu a proporre la data del 9 aprile?». «È vero - risponde il Cavaliere -. Però ci sono ancora dei provvedimenti che interessano i cittadini da affrontare. E c’è pure la legge sull’inappellabilità, che tu hai rinviato alla Camere, da riesaminare».
Va avanti così, per un’ora e tre quarti, e finisce con un sostanziale nulla di fatto. L’incontro, puntualizza un comunicato del Quirinale, era stato sollecitato nei giorni scorsi dal premier, «il quale ha chiesto al capo dello Stato di poter riferire sui provvedimenti legislativi in discussione presso le Camere». Una precisazione che serve quasi a derubricare, a normalizzare l’appuntamento e anche a far trasparire la diversa idea di Ciampi sulle urgenze dell’agenda italiana. Dunque niente proroga, almeno per ora la data resta il 9 aprile. Nelle prossime ore, o giorni, saliranno sul Colle per Pera e Casini «per una valutazione complessiva». E la palla intanto è a Palazzo Chigi: se il giorno del voto viene scelto dal presidente della Repubblica, i comizi elettorali vengono fissati dal governo. Il Consiglio dei ministri deciderà se e quanto tempo prendere. Sette giorni? Dieci?
Scortato da Gianni Letta e Beppe Pisanu, Silvio Berlusconi si presenta sul Colle con una cartellina piena «delle cose da fare da qui al termine della legislatura». Un elenco di leggi e decreti messo insieme nel pomeriggio, durante un incontro a Palazzo Grazioli con il suo stato maggiore, Gianni Letta, Paolo Bonaiuti e Fabrizio Cicchitto, e con i due ministri direttamente interessati alle procedure, il titolare del Viminale Beppe Pisanu e quello dei rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi. Una specie di consiglio di guerra che serve per mettere a punto la linea da seguire. Si decide di provare ad allungare i tempi, possibilmente d’intesa con il Quirinale. «Non abbiamo alcuna intenzione di rinunciare a completare l’approvazione di importanti riforme - spiega il premier ai suoi -. Siccome è stato fatto ostruzionismo, sono rimaste delle leggi da esaminare». Tra queste, l’inappellabilità. Berlusconi la considera «una riforma giusta e irrinunciabile, se un cittadino viene assolto non deve tornare nel girone infernale dei processi».
Dunque «sette giorni», non di più chiede il Cavaliere. La «cosa migliore», dice, sarebbe rinviare lo scioglimento delle Camere. Ma Ciampi non sembra proprio d’accordo. Dopo una giornata passata a Castelporziano, il capo dello Stato riceve il premier e, insieme al segretario generale Gaetano Gifuni e al consigliere giuridico Salvatore Sechi, gli spiega perché a lui questa soluzione non piace. Il motivo sta nel calendario. Per il presidente il voto deve avvenire entro Pasqua e il 9 aprile è il termine massimo per chiamare il Paese alle urne evitando sovrapposizioni con altre ricorrenze, come la Pasqua ebraica, la festa della Liberazione e il Primo Maggio. In questa maniera si potrebbe avere per giugno un nuovo governo nella pienezza delle sue funzioni e in grado di affrontare l’emergenza economica. Bisogna poi evitare imbuti istituzionali e incroci con l’elezione del presidente della Repubblica: c’è infatti da considerare che il 13 maggio finisce il settennato ciampiano. Ciampi poi vorrebbe una campagna lunga: dopo dieci anni di maggioritario, dicono sul Colle, il ritorno al proporzionale rischia di creare qualche confusione tra i cittadini.
Alle nove di sera Berlusconi è di nuovo a Palazzo Grazioli, a consulto con ministri e fedelissimi: se Ciampi resta sulla sua linea, l’idea è quella di andare avanti lo stesso.