Berlusconi commosso ai familiari «Non ci saranno baraccopoli»

nostro inviato all’Aquila

Non riesce a stare seduto al suo posto. E inizia a muoversi tra un settore e l’altro. Silvio Berlusconi non riesce a trattenersi, a ricacciare dentro la commozione. E piange. Perché la vista delle 205 bare allineate sotto l’altare, i racconti di familiari e amici, di chi ha perso la vita sotto le macerie, non si cancellano. «È stato un dolore davvero lancinante, lacerante», racconta il premier al termine dei funerali solenni. «Tutte le storie che ho ascoltato in questi giorni mi sono venute addosso e sono drammatiche», aggiunge il Cavaliere, che se ripensa alla «sfilata di bare» disegna nella sua mente uno «spettacolo terribile, una cosa da non poter mai dimenticare».
Così, appena mette piede nell’immenso cortile della Scuola sottufficiali della Guardia di finanza, a Coppito, frazione del martoriato capoluogo - preceduto dall’abruzzese Gianni Letta, che presto avrà il volto bagnato dalle lacrime - prega a mani giunte sulle casse. Prima di abbracciare, baciare, rincuorare figli, mamme e papà lì di fianco, «da padre che capisce che tipo di dolore può essere». D’altronde, da genitore, riferisce sottovoce, «non sono riuscito a non piangere». Per crederci, basta un esempio: «Una signora che ho incontrato mi ha detto che si voleva ammazzare, perché si sente responsabile per aver quasi costretto la figlia», tra le vittime del terribile sisma, «a venire qui a studiare». Insomma, «ho sofferto davvero».
Passa mezz’ora e la sua poltrona in prima fila, dove siedono pure Giorgio Napolitano, Gianfranco Fini e Renato Schifani, resta ancora vacante. Così, il presidente del Consiglio passa in rassegna volontari, agenti, vigili del fuoco. A tutti, strette di mano e un «grazie» per l’impegno messo in campo. Poi, finisce oltre la decima fila dello spicchio di settore più a sinistra, riservato ai leader, non solo politici. Davanti, tra tutte, si scorge la nuca di Piero Fassino, mentre Berlusconi, in piedi, fa fatica a tranquillizzare chi gli sta seduto ad un soffio, che si sbraccia per cedergli il posto. E mentre una donna interroga stupìta il vicino («Hai visto chi c’è dietro, ma è davvero lui?»), Berlusconi si asciuga gli occhi. E rimane lì, tra due volontari della Protezione civile in tuta gialla e bande fosforescenti, fino al momento della Comunione. Veloce colpo di pettinino e si torna, sarebbe meglio dire si va in prima fila, dove più tardi stringerà la mano pure al leader del Pd, Dario Franceschini.
Ma al di là della cronaca, ciò che conta è il messaggio lanciato dal capo del governo, dopo la visita al centro logistico e il consueto briefing con Guido Bertolaso. «Tutti ci hanno chiesto garanzie», riferisce in conferenza stampa. Cioè, «diteci che non ci lascerete soli». Ed «io l’ho promesso davanti alle bare: il governo assume su di sé la responsabilità dell’aiuto a chi è stato colpito». «Intendo» dunque «mio dovere, del mio governo e della mia maggioranza, procedere» alla ricostruzione «in tempi non paragonabili a quelli di passate esperienze molto negative, che conosciamo, per limitare più possibile sofferenze e disagi di chi è stato colpito negli affetti». Di conseguenza, «troveremo tutti i fondi indispensabili. E possiamo pure contare sul fondo europeo, da cui contiamo di avere tra i 400 e i 500 milioni di euro in tre anni». Comunque, l’impegno in Abruzzo non farà venir meno il progetto del Ponte sullo Stretto, «opera epocale di cui la Sicilia ha assoluto bisogno».
Detto questo, «di fronte ad un simile accadimento - auspica - il clima di unità politica non è solo necessario, ma indispensabile». Tra l’altro, sottolinea, «i morti dell’Abruzzo sono i morti di tutta la nazione». E gli abitanti della regione «sono un popolo forte e gentile, che anche in questa occasione hanno dato prova di compostezza e civiltà: un esempio da portare a tutti i cittadini d’Italia». Dal canto suo, «il governo farà di tutto per allocare persone in strutture degne» e il suo leader promette: «Non costruiremo né baraccopoli, né tendopoli, né strutture provvisorie, ma case sicure». E non come quelle «venute giù, anche non antiche, perché costruite senza criteri antisismici». Intanto, annuncia Berlusconi, «già molte persone hanno offerto le proprie abitazioni per aiutare gli sfollati: anch’io farò quello che potrò, offrendo delle mie case».
Sempre in tema ricostruzione, il Cavaliere spiega che «qualora i proprietari si sentissero di curarla in prima persona, e avessero bisogno di sostegno economico, sarebbe il sistema più semplice e veloce: ci vorrebbero solo pochi mesi». Altrimenti, l’altra ipotesi «è la parcellizzazione dei molti cantieri, più di 100, affidandoli ad ognuna delle Province, che hanno tecnici e possono reperire aziende e fondi». E magari, perché no, «il braccio pubblico e quello privato devono lavorare insieme».
In merito poi alle offerte di aiuto che arrivano da fuori confine, il premier ribadisce: «Ai paesi esteri forniremo una lista di beni culturali o di edifici pubblici da ricostruire. E ciascuno, in base alle proprie disponibilità, potrà adottare l’opera di ricostruzione che preferisce». Un esempio? «Qui vicino c’è il Forte Spagnolo. Potrebbe essere un’idea se Zapatero se ne prendesse carico per una parte».
In ogni caso, Berlusconi invita di nuovo a «non fare confusione» tra ricostruzione e new town, che «non ha niente a che vedere con le abitazioni distrutte, che saranno tutte ricostruite». E nel caso specifico aquilano, spiega ad un ragazzo del posto che «è richiesta dal vostro sindaco». Si tratta di «un quartiere nuovo, per giovani, che sarà costruito con il linguaggio architettonico locale». E nessuno parli di «ghetti». Anzi, «sarà tutto assolutamente integrato. Andate a vedere Milano 2 e Milano 3, e ditemi se sono ghettizzati».