Berlusconi: così preparo la "seconda ondata"

Il leader di Forza Italia: "Dobbiamo ripetere l’esperienza del ’94. Poi nascerà la federazione, infine il partito unico: così avremo una democrazia più stabile"

I sondaggi dicono che Silvio Berlusconi vola, e che Romano Prodi crolla. Da questo dato di fatto deriva una considerazione più che evidente: se si rivotasse oggi, il Cavaliere non solo tornerebbe a Palazzo Chigi, ma si prenderebbe una rivincita talmente clamorosa - proprio perché così rapida - da stendere i rivali politici per chissà quanto tempo. Eppure, non è questa la cosa che oggi sta più a cuore a Berlusconi. O meglio, non è solo questa. C’è qualcosa che egli ritiene più importante. Ce lo ha raccontato in questa intervista esclusiva, che tra poco leggerete. Il succo, però, lo sintetizziamo subito, ed è questo: Berlusconi non vuole cambiare solo la maggioranza in Parlamento, vuole cambiare il Paese nel profondo, nelle sue radici. È convinto che la maggioranza degli italiani non sia di sinistra, ma che la sinistra abbia ormai troppo a lungo egemonizzato la cultura, la scuola, l’informazione. È convinto che gli italiani siano ancora vittime di pregiudizi, che siano disinformati su troppe cose, e che il compito principale di una classe politica liberale oggi sia quello di imparare a comunicare meglio - e a tutti, con una penetrazione capillare sul territorio - le proprie ragioni.
Insomma Berlusconi non si accontenta di rivincere sul breve periodo: ha in testa un progetto politico che duri nel tempo.
Il primo strumento per portare a compimento questo progetto sono i Circoli della libertà: un’idea che Berlusconi ha lanciato allo scorso Meeting di Rimini, e che è stata raccolta da migliaia di semplici cittadini - imprenditori e commercianti, ma anche lavoratori dipendenti e pensionati, e da molti giovani - che si sono riuniti spontaneamente. Oggi i Circoli della libertà, fondati ufficialmente il 20 novembre scorso e presieduti da una giovane imprenditrice lombarda, Michela Vittoria Brambilla - sono più di quattromila, sparsi ovunque sul territorio. Il secondo strumento, più politico, sarà la federazione del centrodestra. Il terzo, il partito unico.
Silvio Berlusconi ci parla di tutto questo nel suo quartier generale di Arcore. Il termine che ripete più volte è «seconda ondata». I comunisti lo utilizzavano nel primo dopoguerra: dicevano che la prima ondata era stata quella che aveva portato alla sconfitta del fascismo, e che la seconda avrebbe dovuto spazzare via la Dc e portare l’Italia nell’orbita sovietica (troppo spesso, ahimè, si fa finta di dimenticare, ma il progetto era quello). Comunque, la «seconda ondata» di cui parla Berlusconi è ovviamente cosa ben diversa.
«La nostra prima ondata - dice - è stata quella del ’93-’94. Fu l'irrompere sulla scena di persone che provenivano dal mondo del lavoro, delle imprese, delle professioni, delle università, che non avevano mai fatto politica e che si convinsero a impegnarsi con noi per non lasciare che le sorti del Paese fossero decise solo dai cosiddetti professionisti della politica. Indubbiamente quell’ondata portò un grande rinnovamento. Oggi però occorre un altro scatto».
La seconda ondata, appunto...
«Appunto. Bisogna chiamare all’azione politica forze nuove. Bisogna rafforzare il fronte liberale. I Circoli della libertà possono essere lo strumento di questo rinnovamento».
Che cosa si aspetta dai cittadini che si stanno impegnando in questi circoli?
«Che facciano penetrare le nostre idee nella società. Che aumentino il nostro radicamento sul territorio. Che facciano aumentare la partecipazione dei cittadini alla vita politica».
Ci faccia qualche esempio.
«Che organizzino incontri, serate, conferenze in cui si fornisca alla gente una controinformazione rispetto a quella dominante. Lei mi chiede esempi concreti? Pensi a questo: ancora oggi, a sessant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, in Italia tutto ciò che è considerato “di destra” è associato al fascismo, e quindi ritenuto impresentabile, imbarazzante, indegno di essere accettato dalla gente cosiddetta perbene. Tutto ciò che viene dall’esperienza comunista, invece, gode ancora - specie negli ambienti “alti”, quelli della cultura - di un’aura di rispettabilità. Si dice: sì, il comunismo avrà anche fatto degli errori, ma li ha fatti a fin di bene, perché i comunisti avevano comunque a cuore le sorti dei più deboli. Una falsificazione che è partita dai libri di storia e che è finita per essere un concetto accettato dai più. E allora, a proposito di esempi, io dico: i Circoli della libertà potranno organizzare incontri con delle letture sugli orrori del comunismo, che con il racconto delle atrocità che i regimi comunisti hanno commesso dovunque facciano capire soprattutto ai giovani che cosa è stata veramente quell’esperienza. Quanti sanno, tanto per citare uno dei tanti crimini di quei regimi, che Pol Pot fece uccidere quelli che avevano gli occhiali perché li considerava intellettuali e non lavoratori? Io credo che, di fronte a tante notizie che non conoscono, molti cittadini la smetterebbero di prendere in giro chi afferma che il comunismo è stata l’impresa più disumana e criminale della storia dell’umanità».
Quindi un’azione capillare di informazione su tanti temi. E poi? Che compiti avranno queste migliaia di aderenti ai Circoli?
«Mi aspetto che da quest’esperienza escano anche protagonisti nuovi per la politica. Persone entusiaste e appassionate da candidare ai consigli comunali, provinciali, regionali. I migliori, dopo qualche prova di amministrazione locale, potranno anche aspirare a incarichi più alti».
Nuovi amministratori e nuovi parlamentari, dunque?
«Non solo. Mi aspetto personale politico per ogni livello, per ogni tipo di incarico. Anche per quelli meno appariscenti ma non per questo meno importanti. Ad esempio, professionisti che controllino e difendano i nostri voti nei seggi elettorali. Persone preparate da un punto di vista tecnico e legale, e anche capaci di farsi valere dialetticamente di fronte a certe sopraffazioni».
Ha ancora in mente i brogli delle ultime elezioni?
«Ma certo. Noi siamo sicuri che ci sono stati sottratti moltissimi voti, specie attraverso l’utilizzo delle schede bianche, che si sono ridotte anche del 90 per cento rispetto alle serie storiche delle precedenti elezioni».
Lei pensa che il mondo moderato finora non sia stato abbastanza attento a questa penetrazione sul territorio e alla preparazione di un nuovo personale politico?
«Penso a una sorta di paradosso. Sono convinto che in Italia, dal dopoguerra a oggi, la maggioranza dei cittadini non sia mai stata di sinistra. Però la sinistra è stata molto abile, e molto efficace, nell’occupare tutti gli spazi utili per formare le coscienze. Hanno saputo mettere bene in pratica l’insegnamento gramsciano teso a conquistare l’egemonia culturale attraverso le cosiddette casematte del potere. È ora che i liberali e i moderati diventino capaci - se posso usare una sorta di slogan - di “dare ragioni della propria ragione”. Oltre ai Circoli, anche l’Università del pensiero liberale - che sorgerà qui vicino, tra Arcore e Macherio - potrà dare un contributo. Speriamo che gli italiani riescano a sottrarsi alla dominanza della cultura di sinistra e di ciò che leggono sui giornali».
Pare comunque di capire che i Circoli siano solo una prima tappa di questo progetto.
«È così. I Circoli attualmente stanno radunando non solo elettori di Forza Italia, ma anche degli altri partiti del centrodestra, e perfino molti elettori di centrosinistra delusi da un Prodi che è tenuto sotto scacco dalla sinistra radicale e massimalista. Se la diffusione dei Circoli sarà forte e capillare, potrà divenire una forza democratica diffusa e popolare. E agli eletti del fronte liberale verrà naturale di mettersi insieme con chi verrà da questa esperienza, e di superare tutte le divisioni».
Nascerà dunque un partito unico del centrodestra?
«Le tappe dovrebbero essere queste: dobbiamo passare da una coalizione fra i partiti, che è la Casa delle libertà, a una “federazione”. In una coalizione se anche uno solo, anche il più piccolo dei partiti, non è d’accordo su una decisione, il progetto si ferma, la decisione non viene presa. In una Federazione invece vige la regola della democrazia. Su ogni decisione si vota, magari con “quorum” qualificati di due terzi o anche di tre quarti dei voti, e la minoranza si impegna ad adeguarsi alla decisione della maggioranza. Questa è la prima tappa a cui stiamo lavorando».
Vuol dire che nella Federazione i partiti più piccoli, se in minoranza su una votazione interna, dovranno adeguarsi e non ci saranno più rischi di strappi e tradimenti?
«Esatto. Ma anche la Federazione della libertà, come i Circoli, è solo un passaggio. L’obiettivo finale è un grande, unico Partito delle libertà».
L’intervista è finita, Silvio Berlusconi ci accompagna. Appare determinato come nei tempi migliori. Ci saluta dicendo: «Mi creda, un partito unico del genere, se nascerà dalla base grazie a una forte partecipazione popolare, costituirà un passo avanti importante della nostra democrazia verso una democrazia più compiuta e più matura. Dobbiamo assolutamente uscire dall’attuale frazionamento dei partiti che non consente una vera governabilità del Paese».