Berlusconi: «Così Prodi non va da nessuna parte»

Adalberto Signore

da Roma

«Siamo all’ingovernabilità, chi aveva ancora qualche dubbio è servito. Questa maggioranza, anche se li portano in Aula uno per uno, al Senato è appesa a un filo. E si regge sui senatori a vita. Ma vi pare possibile?». Davanti alle immagini dello scrutinio di Palazzo Madama, dove neanche passata la mezzanotte e ormai al terzo tentativo, Franco Marini riesce a ottenere il quorum necessario a essere eletto presidente del Senato, Silvio Berlusconi sbotta. E ribadisce quello che pensa dal giorno dopo le elezioni: «Così Prodi non va da nessuna parte, ora voglio vedere Ciampi a dargli l’incarico».
Tra i banchi di Montecitorio. Il premier passa la prima giornata della legislatura tra Palazzo Chigi, la Camera e Palazzo Grazioli. Di ottimo umore, nonostante la delicata partita che si sta giocando a Palazzo Madama. Sul testa a testa tra Marini e Giulio Andreotti, però, pubblicamente il Cavaliere preferisce tacere e chi gli chiede un commento nei corridoi di Montecitorio si deve accontentare di un eloquente gesto delle braccia, aperte in silenzio come a dire «non fatemi parlare». Quando entra in Aula, però, ai primi deputati della Casa delle libertà che incontra qualche perplessità la manifesta: «Vedrete, Marini passerà al primo turno...». Previsione subito smentita dallo scrutinio di Palazzo Madama. E dai due successivi. Poi Berlusconi sale verso la parte alta dell’emiciclo, tra i banchi di Forza Italia. E sono sorrisi e battute. È la prima volta dopo cinque anni che il premier non è seduto al banco del governo al centro dell’emiciclo a ricevere le calorose strette di mano dei suoi deputati, ma è lui - invertendo un rito ormai consolidato - a girare tra gli scranni dispensando saluti. È l’immagine della nuova stagione che lo aspetta, quella di «un’opposizione dura» e «senza incertezze». Ed è questa la prima cosa che dice quando viene circondato da un nugolo di deputati. «Ricordatevi che abbiamo vinto noi queste elezioni visto che abbiamo preso il 50,2 per cento». Insomma, «abbiamo perso per un soffio», magari «per il partito dei pensionati», ma ora «dobbiamo andare avanti e combattere». Poi, grandi complimenti per la neo eletta Mara Carfagna. «Conosco il padre da trent’anni, è brava, laureata in giurisprudenza con 110 e lode e sa pure ballare». Si rivolge a lei e alle altre new entry rosa e si concede una battuta: «Lo sapete che in Forza Italia c’è lo ius primae noctis». E giù a ridere. Ma anche sul fronte politico Berlusconi non si tira indietro. E con chi gli chiede notizie della querelle in corso con Giulio Tremonti è laconico: «Vorrei fare anch’io il capogruppo se no me ne vado nel gruppo misto». Poi una frecciata a Pier Ferdinando Casini, che cita espressamente: «Senza la par condicio avremmo vinto sicuramente. E sapete chi è che non l’ha voluta». Ce n’è anche per Bruno Tabacci. Mario Pepe lo prende per un braccio e davanti al premier ironizza: «Ti volevo presentare Bruno Tabacci...». E Berlusconi si rivolge all’esponente Udc: «Pensavo ti sbagliassi, invece ti sbagliavi...». Gli si avvicina Angela Napoli, di An, e lo ringrazia per il lavoro fatto. Il Cavaliere sorride ma non perde l’occasione della battuta: «Cinque anni di me... per difendere tutti voi, compresi Fini e Casini». Con Paolo Cirino Pomicino, invece, è un vero e proprio siparietto. «Ecco il vecchio combattente», lo accoglie il premier con una stretta di mano. E lui ride: «Ma guarda che sono più giovane di te...». Berlusconi sale e scende per gli scranni. E al centro dell’emiciclo abbraccia vistosamente Paolo Gambescia, deputato dei Ds e ex direttore di Messaggero e Unità. Poi una stretta di mano con Ricky Levi, deputato della Margherita e consigliere politico di Romano Prodi. Con il leader dell’Unione, invece, il tanto atteso faccia a faccia è rimandato perché i due non si incontrano. Dopo Gambescia e Levi, però, arriva la stretta di mano pure con Luciano Violante. «Che fai, mi sbarri la strada?», gli dice il capogruppo dei Ds. E il Cavaliere: «Io non sbarro la strada a nessuno, sono il baluardo della libertà». Replica Violante: «Qui ci sono 630 baluardi delle libertà...». Uno scambio di battute che, racconta più tardi in Transatlantico l’ex presidente della Camera, porta a una stretta di mano che «mancava da cinque anni». «Era dal 2001 che non ci parlavamo - dice - ma solo per un caso».
Al telefono con Bossi. Il primo giorno in Aula da deputato, Berlusconi lo chiude votando per il presidente della Camera. Poi, via a Palazzo Chigi a seguire i destini del Senato. E dopo che Marini fallisce il primo appuntamento con il quorum parte un fitto giro di telefonate con Umberto Bossi. Che mantiene la parola e assicura il sostegno della Lega a Andreotti dopo che al primo voto il Carroccio ha appoggiato il suo candidato di bandiera (Roberto Calderoli). Un boccone amaro per il Senatùr, che con il referendum confermativo della devoluzione alle porte non può permettersi di perdere l’occasione di tentare la spallata a Prodi. Anche se le sue perplessità le aveva già manifestate tutte mercoledì in via Bellerio durante la riunione dei deputati e senatori. «Se passa Andreotti - aveva detto - insieme a Ciampi ci ritroviamo due ultraottantenni ai vertici dello Stato. Roba da Unione Sovietica dove li tenevano in carica anche quando erano morti da giorni».
Di nuovo alla Camera. In serata, poi, il premier torna a Montecitorio per una riunione con alcuni esponenti azzurri nella sala del governo. E ne ha per Oscar Luigi Scalfaro: «La seconda votazione al Senato è andata come la notte delle elezioni. Hanno provato a proclamare una vittoria che non c’era ma sono stati smascherati dalla prova tv perché sulle schede c’era scritto “Francesco Marini”. Dovremmo essere già alla terza seduta. Come nel ’94, il solito Scalfaro...».