Berlusconi: «Criminale la riforma tv dell’Unione»

Il Cavaliere stronca la legge Gentiloni. E la Cdl lascia i lavori della commissione: «Intenti punitivi»

da Roma

È un battesimo di fuoco quello del ddl Gentiloni alla Camera. Un avvio dell’iter del provvedimento identificato dalla Cdl come «anti-Mediaset» subito intinto nel vetriolo, con la maggioranza che chiude le porte al dialogo, rifiutando di fornire chiarimenti sulla riforma della Rai, e il centrodestra che sbatte la porta e abbandona i lavori.
Lo scontro frontale avviene davanti alle Commissioni Trasporti e Cultura della Camera. L’iniziativa di protesta di Forza Italia, An, Udc e Lega segue di poche ore l’audizione del ministro delle Comunicazioni che era stato chiamato, spiega l’azzurro Paolo Romani «per chiarire se vi fossero sovrapposizioni tra questo ddl e quello di riforma della Rai, come noi riteniamo». A giudizio di Romani «Gentiloni non ha spiegato nulla e la sua audizione non è servita allo scopo. In apertura di seduta abbiamo chiesto di rimettere la questione alla Conferenza dei capigruppo ma la nostra richiesta è stata ignorata dai presidenti Pietro Folena (Cultura) e Michele Meta (Trasporti). Allora abbiamo deciso di abbandonare i lavori».
Un braccio di ferro che in serata il leader della Cdl Silvio Berlusconi rinforza con le sue parole: «Quello non è un ddl, ma un piano criminale verso il capo dell'opposizione e verso le sue proprietà private. Non credo, anzi sono sicuro, che tuttavia non troverà 160 complici che porteranno a realizzazione un progetto criminale».
Una protesta che, come annuncia Maurizio Gasparri, verrà portata «ai vertici della Camera» perché è inaccettabile un provvedimento che produce una «ritorsione» verso alcune aziende ed è «servilistico» verso altre. «L’abbandono dei lavori è stata una scelta inevitabile di fronte all’arroganza del governo che in materia radiotelevisiva annuncia altri disegni di legge e intanto ne vuole discutere alcuni che solo parzialmente affrontano la materia», attacca il parlamentare.
Una linea dura sposata in pieno anche dal presidente della Vigilanza Rai, Mario Landolfi. «Il ddl Gentiloni è un provvedimento ingiusto: dovremo fare il possibile per non farlo passare». Quanto al disegno di legge, «l’intento punitivo è chiarissimo», così come il rischio di «restringere il perimetro dell’informazione e della libertà per i cittadini».
Paolo Gentiloni, però, non vuole sentire ragioni. E si dichiara deciso a percorrere la doppia via: quella che vede sostanzialmente disgiunti i percorsi del ddl «anti-Mediaset» e quello di riforma della Rai. «Il governo ritiene che non solo si possa ma che si debba avviare separatamente l’analisi del ddl sul digitale da quello in arrivo sulla Rai, e affrontare con urgenza il ddl 1825. Se non lo facessimo, ci prenderemmo una responsabilità piuttosto grave. Il ddl 1825 si concentra sulla fase di transizione. Il regolatore decide sulla fase che va dal 2007 al 2012, anche se alcune norme saranno valide anche a regime. Se non lo facessimo ci prenderemmo la responsabilità piuttosto grave verso la giurisprudenza costituzionale che con più sentenze ha definito incompatibile con i principi del pluralismo il nostro sistema tv». L’urgenza, continua Gentiloni, è dettata dal fatto che «la legislazione precedente è fallita. Il simbolo è la data dello switch off definitivo che scadeva il 31 dicembre del 2006, ovvero 25 giorni fa, e la condanna in arrivo dalla Ue per i finanziamenti ai decoder». La replica finale arriva, però, dal parlamentare Udc, Luciano Ciocchetti. «Gentiloni ogni giorno annuncia nuovi disegni di legge. I problemi andrebbero affrontati in modo organico e contestuale».