Berlusconi digerisce il veto sul Lodo ma non l'ultimo affondo di Gianfranco

Il premier sceglie il basso profilo e confida nell’ok al Senato prima che si esprima la Consulta. Il Cavaliere si sfoga così: «Fini ormai non si preoccupa nemmeno di apparire super partes»<br />

Roma Gioca di rimessa il Cavaliere, sempre più convinto che il Lodo Alfano costituzionale non sarà mai legge ma consapevole che l’approvazione in un ramo del Parlamento - nel caso specifico il Senato - potrebbe avere un peso fondamentale su quel che deciderà la Consulta il 14 dicembre circa la costituzionalità del legittimo impedimento. Per questo Berlusconi abbassa i toni e pur non avendo affatto gradito la lettera inviata dal capo dello Stato al presidente della prima Commissione di Palazzo Madama, Vizzini, arriva perfino a dire di non essere interessato al Lodo. Perché ora la partita si gioca sui tempi, su quel 14 dicembre che costituisce una sorta di spartiacque della legislatura. Se la Corte Costituzionale «salverà» il legittimo impedimento, infatti, il premier continuerà ad essere «scudato» fino alla fine del 2011. Insomma, una decisa boccata d’ossigeno. E la «pezza d’appoggio» costituzionale a una sentenza in questa direzione sarebbe proprio un primo via libera del Senato al lodo Alfano che metterebbe nero su bianco l’intenzione del legislatore di pronunciarsi a favore di uno scudo per le alte cariche.
È questa la ragione di un balletto surreale, con Berlusconi che segue la via della prudenza nonostante incassi in meno di 24 ore tre significativi altolà: venerdì quello del Colle e ieri quelli di Fini e, per altri versi, di D’Alema (che rilancia un «governo di salvezza nazionale»). Perché se il Quirinale decide in qualche modo di aggiustare il tiro chiamandosi fuori dalle «conseguenze politiche» della missiva a Vizzini ipotizzate da «soggettive interpretazioni e generalizzazioni», ad affondare i colpi ci pensa il presidente della Camera. Che con la consueta tempestività decide di affossare il lodo sostenendo che non dovrebbe essere reiterabile perché in tal modo «non sarebbe una tutela di una persona per un periodo di tempo ma un privilegio garantito ad una persona». Traduzione: sarebbe una legge ad personam. Insomma, nel giorno in cui Napolitano puntualizza che la sua uscita era volta solo a «favorire con la massima imparzialità la correttezza e la continuità della vita istituzionale» - complice anche un colloquio telefonico con Gianni Letta - è la terza carica dello Stato - che per inciso è pure leader di un partito che fa parte della maggioranza - a puntare i piedi. Scoprendo come d’incanto il problema della reiterabilità nonostante solo pochi giorni fa - fa notare Napoli, vicecapogruppo del Pdl alla Camera - il senatore finiano Saia abbia votato contro gli emendamenti delle opposizioni che volevano abolirla. L’ennesima conferma che - anche a voler prescindere dal referendum confermativo - difficilmente il lodo Alfano costituzionale sarà mai legge dello Stato.
Una riflessione che, con ogni probabilità, avrà fatto anche il Cavaliere. Ecco, quindi, la ragione del low profile: esporsi su un tema tanto caldo rischia a questo punto di essere del tutto inutile. Così, non è strano che venerdì nessuno sia salito sugli scudi dopo la missiva di Napolitano. Anzi, proprio due sere fa Fitto si è presentato fuori dal Petruzzelli di Bari dove Fini aveva in programma un dibattito sul suo nuovo libro. Uno scambio di battute breve e lontano dalle telecamere, con l’augurio del ministro affinché emergano «tutte le ragioni che uniscano e non quelle che dividano». Un incontro del quale difficilmente Berlusconi non era a conoscenza. Lo stesso Berlusconi che ieri sera, in quel di Arcore, non ha mancato di puntare il dito contro l’ex leader di An dopo la sua uscita sul lodo. Pur di logorarmi e crearmi difficoltà - è stato il senso del suo ragionamento - nonostante sia presidente della Camera non si preoccupa neanche più di apparire super partes.