Berlusconi e Bossi, c’è l’intesa: federalismo e soldi al Veneto

Vertice tra premier e Senatùr ad Arcore dopo lo strappo di Fini: "Andiamo avanti". Oggi i due leader in visita nella zone devastate

Francesco Cramer - Paolo Bracalini

Roma - Avanti tutta. Il patto d’acciaio tra Berlusconi e Bossi, rinnovato ieri in un summit fiume, poggia su due pilastri: soldi al Veneto e nessun cedimento a Fini. Sul tavolo di Arcore due emergenze: quella del maltempo che sta flagellando la Regione guidata da Zaia e la bufera che si sta abbattendo sulla maggioranza. Sul primo fronte, il governatore leghista ha stimato i danni della pioggia attorno «al miliardo di euro». Un salasso che ha provocato l’ira di amministratori locali, cittadini comuni e industriali. I quali da tempo hanno iniziato a sbattere i pugni sul tavolo: «Siamo una ricchezza del Paese ma il governo ci snobba».

Ecco quindi il cahier de doléances del Senatùr, presentato al premier. Il ragionamento di Bossi: per i rifiuti di Napoli e per il Sud le risorse si trovano sempre, per il Nord ricco e produttivo arrivano soltanto le briciole. Avanti così è sarà rivolta fiscale. Tema sensibile che ha sortito l’effetto sperato, posto che lo stesso leader del Carroccio avrebbe poi rassicurato i parlamentari veneti: «Non vi preoccupate, abbiamo parlato con Berlusconi ed è tutto risolto». La soluzione tecnica sarebbe un maxiemendamento da presentare alla legge di stabilità, ora in discussione alla Camera. Fronte Veneto rovente, visto che ieri su Radio Padania gli ascoltatori si sfogavano: «Solo 20 milioni all’anno mentre il Veneto, all’anno, dà a Roma 20 miliardi. Una cosa vergognosa». E ancora: «Nessuno, da Fini a Casini, passando per Bersani, ha speso una parola per quello che sta succedendo qui». Giudizi tempestosi sul presidente della Camera: «Siamo qui nella m... fino al collo, siamo qui a spalare e adesso arriva Fini con le sue balle sulla prima Repubblica! Basta! Fini è il peggio». Sentimenti presumibilmente condivisi sia dal Cavaliere che dal Senatùr. A suggellare l’intesa tra i due, e a dare l’immagine di un governo del fare, un sopralluogo proprio nelle zone colpite dall’alluvione. In seguito, il premier partirà alla volta dell’Aquila per poi far rientro a Roma.

Più risorse al Veneto, quindi. Una decisione che, nonostante sulla carta potrebbe deteriorare i rapporti coi finiani, allergici alle istanze leghiste, trova d’accordo anche Bocchino che al Giornale conferma: «Siamo a favore». Difficilmente, comunque, il Fli si assumerà la responsabilità di affossare la legge di stabilità e quindi i conti del Paese, specie dopo il monito del Colle. Sul come affrontare la grana Fini, l’accordo tra Berlusconi e Bossi si riassume nella nota leghista: «L’incontro è stato positivo e proficuo ed è servito a fare il punto sulla situazione politica e sull’agenda di governo. Si è deciso di proseguire con l’azione riformatrice per realizzare il programma. Ne è emersa un’assoluta sintonia».

Di fatto, avanti tutta. Rispedire al mittente la proposta di Fini, giudicata una polpetta avvelenata, aspettare che sia il Fli ad uccidere un governo nato con una maggioranza vastissima e imputare al presidente della Camera l’assassinio della legislatura. Poi, crisi sia. Berlusconi ha anche rassicurato Bossi che il federalismo fiscale non subirà intoppi. Cosa difficile posto che i decreti delegati sui fabbisogni standard della sanità di comuni, province e città metropolitane saranno licenziati in settimana. Poi, a seguire, toccherà a quelli per le Regioni. Insomma, il pacchetto del federalismo - avrebbe assicurato il premier - potrebbe arrivare entro Natale.

Nessun logoramento e nessun cedimento di fronte ai ricatti del presidente della Camera con improbabili nuove agende politiche e nuove squadre di governo. Berlusconi e Bossi, poi, avrebbero condiviso l’idea che a rompere dovrà essere Fini. Come? Quando? Ancora non è dato sapere ma che ormai questo governo abbia le ore o i mesi contati è chiaro pure a Gianni Letta. Il quale, come informa l’agenzia di stampa Asca, all’Istituto di Studi politici San Pio V, ha citato il governo che «non so per quanto tempo ancora rappresento» e che «gli incarichi pubblici sono sempre pro tempore, espressione mai stata tanto puntuale».