Berlusconi: "Esecutivo figlio dei brogli"

Il Cavaliere torna all’attacco: "Il governo si regge sui senatori che
vanno alla toilette. Se cade Prodi non c’è altra strada che un ritorno
alle urne". "Unità nazionale? Non ci sono le condizioni con questa sinistra"

Napoli - Qualche battuta, come d’abitudine, non manca mai. Sulle «belle donne» una volta, su Paolo Bonaiuti («è un dittatore») un’altra. Ma il Silvio Berlusconi che nel tardo pomeriggio risponde alle domande dei giornalisti riuniti al primo piano dell’Hotel Vesuvio di Napoli prima del comizio serale in piazza Plebiscito colpisce soprattutto per la decisione con cui dice «no» a un possibile governo di unità nazionale, puntando l’indice contro l’Udc di Pier Ferdinando Casini, perché alcuni suoi senatori «non pensano sia il momento migliore per mandarli a casa». E per la prima volta arriva un «no» netto, che non farà contento Gianfranco Fini, anche sul referendum che, spiega il Cavaliere, «non credo sia lo strumento migliore per arrivare ad una nuova legge elettorale».

L’idea di un esecutivo di unità nazionale lanciata da Casini (anche se, giura Berlusconi, «della sua intervista non sapevo nulla») trova dunque decisamente contraria Forza Italia che «non si sente di spartire la responsabilità di governo con questa sinistra». Quindi, se mai ci si arriverà sarà «senza il nostro apporto». Perché, ripete l’ex premier, «se cade Prodi» non c’è altro «che un ritorno dagli elettori». E a chi ipotizza che abbia interesse a «prolungare la vita dell’esecutivo» di modo che la maggioranza continui a indebolirsi, il Cavaliere risponde con un «assolutamente no». Perché «noi non privilegiamo l'utilità di parte» ma «quella del Paese» e comunque, «anche lo facessimo, tutti i sondaggi ci dicono che per noi questo è il momento migliore» per tornare alle urne. D’altra parte, ci tiene a dire commentando il voto del Senato di mercoledì, «questo esecutivo si regge su senatori che vanno alla toilette» o «su qualche distratto che non pensa sia il momento migliore per farli andare a casa» (e qui ce l’ha con i due dell’Udc).

Di un fatto, però, Berlusconi pare convinto. Che «questo governo non durerà» e che dopo la caduta di Prodi l’unica strada «è quella delle urne». Perché Forza Italia «non si sente di spartire responsabilità con questa sinistra», ma pure perché «alla luce del video pubblicato da Repubblica sui brogli nel voto degli italiani all'estero», il riconteggio «è sempre più necessario». E «se non si farà avremo un altro argomento per chiedere il ritorno alle urne. Questo è un governo figlio dei brogli».

Poi, Berlusconi torna sui «tanti senatori a disagio che ci sono nella maggioranza». «Ho dovuto cambiare abitudini» e - scherza forse con il pensiero alla cena di Valentino di qualche giorno fa quando Claudia Schiffer gli si è presentata davanti chiedendogli una foto insieme - «ho smesso di corteggiare le belle donne» e sono passato «ai brutti senatori». E aggiunge, quasi invitandoli a farsi avanti: «Ne basterebbero pochi, quelli che stanno nel palmo di una mano...». D'altra parte, anche se «al posto di Prodi dovesse andare Veltroni o D'Alema o Rutelli non cambierebbe nulla». Anche loro, infatti, «non potrebbero fare altro che accettare i diktat della sinistra estrema oppure andare a casa».

Secondo il leader di Forza Italia, dunque, non esiste alcuno spazio di dialogo. Né sulle pensioni («sono convinto della necessità di alzare l'età lavorativa» e «su questo tema Prodi è stato costretto dalla sinistra estrema a cambiare atteggiamento»), né sulla riforma della giustizia (visto che «c'è un organo dello Stato che cerca di dettare legge tentando di imporsi con gli scioperi e con minacce al Parlamento»). E pure sul referendum è netto: «Non credo sia lo strumento migliore, al Parlamento basterebbe una settimana alla Camera e una al Senato per cambiare l'attuale legge elettorale con la quale, comunque, si può assolutamente governare». Poi prende le difese di poliziotti e carabinieri: «La sinistra li considera traditori venduti allo Stato borghese».

Finita la conferenza stampa, la folta pattuglia azzurra (molti i deputati, da Bondi a Cicchitto, passando per Vito, Napoli, Pepe, Giacomoni, Baldelli, Giro e la Carfagna) si trasferisce a piazza Plebiscito per il comizio. Con la piazza che urla «Prodi, Prodi vaffa...» e Berlusconi che la butta sullo scherzo («lievemente rozzi, ma efficaci»). Dopo una strimpellata di Apicella, parla prima Bondi (e non è una novità) e segue il Cavaliere. Che prima di chiudere - e questa sì è una novità - chiama sul palco Michela Vittoria Brambilla, presidente dei Circoli della libertà, presenti in piazza con un gazebo e «oltre quattromila iscritti». Per lei, è la prima volta a un comizio di Forza Italia. Un modo, forse, per aprirle la strada tra i vertici azzurri.