Berlusconi esorta al dialogo con l’Islam moderato

da Roma

Un sorriso, una stretta di mano, una foto di gruppo, un succo di frutta per brindare «al dialogo e al rifiuto della violenza». C’è il gelo tra Roma e Teheran ma c’è anche un gelato, fragola, fiordilatte e pistacchio, tra Silvio Berlusconi e Bahram Ghasem, ambasciatore iraniano in Italia. Niente sgarbi dunque, nessuna sedia vuota a Villa Madama tra i diplomatici dei Paesi islamici invitati da Palazzo Chigi e Farnesina. La cena, organizzata per festeggiare la fine del Ramadan, cade in un momento di alta tensione con l’Iran: ma Ghasem un po’ a sorpresa e dopo essersi consultato a lungo con il suo ministero degli Esteri, si presenta puntuale all’appuntamento. Nonostante la dura guerra di parole, il governo Ahmadinejad ha deciso evidentemente di mantenere i rapporti istituzionali.
Difficile prevedere l’effetto che avrà sui rapporti bilaterali la «diplomazia culinaria» del nostro premier. Che quando, dopo un giro per i tavoli, è giunto vicino all’ambasciatore iraniano, si è fermato scambiando con lui qualche parola. Insomma, almeno a tavola, la tensione sembra allentarsi, forse anche per l’«apprezzata» presenza di Afef Jinifen e di Rula Jebreal. E da Berlusconi arriva un appello «a far emergere ciò che ci unisce». «Noi è l’Islam - dice - siamo accomunati dagli stessi valori di umanità. Il dialogo e la reciproca conoscenza sono indispensabili per radicare la consapevolezza dei principi universali, sanciti dall’Onu, e al contempo per salvaguardare e promuovere la diversità culturale. Il terrorismo vuole farci cadere nella trappola dello scontro tra civiltà. Un’insidia da sventare, dobbiamo evitare che cali una cortina di ferro tra Occidente e Islam».
L'Italia, assicura, farà la sua parte: «Noi siamo un Paese aperto. Perseguiamo una politica di dialogo e di integrazione con le comunità islamiche. Costituiscono una risorsa. Con esse auspichiamo una forte cooperazione per sradicare la malapianta della violenza e per farle vivere con noi in armonia con i nostri valori. È nostro dovere conoscere profondamente gli altri, rifuggendo dagli stereotipi sempre pericolosi. In particolare, è importante che gli italiani conoscano meglio i fondamenti della religione islamica perché, dopo la tragedia dell'11 settembre, sia chiaro a tutti che i terroristi che uccidono non hanno nulla a che fare con essa».
Menu tricolore: caprese, pennette pomodoro, basilico e formaggi, filetto di chianina, spigola, gelato. Niente vino. Attorno al tavolo, con Berlusconi e Fini, i 22 ambasciatori della Lega Araba, più quelli di Albania, Pakistan, Indonesia, e di alcuni Stati africani. L’iniziativa, spiega il premier, «è un segno di rispetto nei confronti di una delle principali ricorrenze della religione musulmana». E rinnova l’invito al dialogo con una frase del Vangelo: «Beato chi opera per la pace, perché sarà chiamato figlio di Dio». E chiude con gli auguri in arabo per una «festa benedetta»: aid mubarak.